Osare – XVII domenica del T.O.

bambino“Tu continua a volermi bene”.

“Non mi è difficile farlo”.

Sono le parole scambiate tra me e un amico tre anni fa, nei giorni in cui la notizia del mio trasferimento  rimbalzò dall’uno all’altro. E mentre preparavo questa omelia, sono le parole che più risuonavano, a testimonianza che quando i legami sono veri, essi hanno la capacità di resistere ad ogni banco di prova, foss’anche la distanza fisica.

Alla richiesta dei discepoli di una tecnica o di una formula di preghiera, Gesù non aveva trovato di meglio che rispondere attingendo proprio alla relazione tra amici.

Pregare non è questione di trovare le parole giuste ma vivere la confidenza che permette di importunare persino durante la notte qualora ti trovassi nella necessità di provvedere ad una emergenza. Proprio come faresti con un amico a cui sai di poter chiedere qualsiasi cosa e al quale con scioltezza puoi consegnare la pena del tuo cuore, sapendo che ancor prima di essere verbalizzata, essa è già stata fatta sua.

Pregare è osare avvicinarsi a Dio consegnando quella che a te sembra essere la cosa più opportuna, disposto, però, a ricevere ciò di cui più hai bisogno. Non sempre, infatti, ciò che a me pare opportuno è ciò che più mi necessita. A volte la tua richiesta non sarà in grado di mutare l’andamento degli eventi ma servirà a mutare il cuore, ossia il tuo modo di stare di fronte a quel tradimento, a quel lutto, a quell’abbandono, a quel momento di solitudine.

Se una preoccupazione dovette attraversare il cuore del Figlio di Dio, fu quella di riuscire ad inculcare in quello dei suoi la certezza che il legame con Dio non conosce interruzioni e non patisce vuoti di memoria. Già Isaia aveva provato ad abbozzare qualcosa di simile quando aveva messo sulle labbra del Signore quella espressione memorabile: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,16).

L’interruzione e la smemoratezza sono realtà di cui fanno esperienza tutti gli uomini: quando qualcosa incrina il rapporto tra di noi, l’esito più immediato è proprio quello dell’interruzione e, perciò, della rimozione, a riprova del fatto che, per noi, il legame rischia di essere sempre e solo funzionale e appeso alla tenuta di determinate condizioni. Non così per Dio: il legame è costitutivo del suo essere. Il Padre resta padre e si comporta da padre anche se il figlio non dovesse più riconoscerlo tale. Egli resta padre anche se il figlio è uno scapestrato, come ci ricorda la parabola del padre misericordioso. Non potrà mai arrivare a dire: “Non è mio figlio, non lo riconosco”.

A dare testimonianza di questo sarà proprio il modo di agire del Figlio di Dio, il quale di una cosa sola si vanterà: di fare sempre ciò che ha visto fare al Padre. Cosa farà, infatti? Nei giorni dopo la passione, quando tutto avrebbe consigliato un cambio di squadra perché la sua si era rivelata inadeguata, proprio perché Dio non conosce interruzioni né vuoti di memoria e la sua chiamata resta per sempre, continuerà a scegliere ancora coloro che aveva chiamato prima di quei giorni drammatici. I discepoli, Pietro in testa, lo comprenderanno solo quando si vedranno riabilitati dopo la Pasqua: “se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13).

Puoi averne fatte più di Bertoldo, eppure, la cocciutaggine di questo Padre continuerà a vedere in te il figlio più bello che abbia mai avuto. Per questo, tutte le volte, noi “osiamo” rivolgerci ancora a lui. Che parola stupenda, osare! Ci vuol coraggio, proprio così, eppure, lui ci permette di non dover strisciare ai suoi piedi ma di abbandonarci come un bimbo tra le braccia del padre.

Quel giorno, al termine di un momento di preghiera, gli chiesero che cos’è che faceva di lui un uomo diverso, capace di tenere insieme l’assoluta dedizione alle cose di Dio e la cura fino all’inverosimile per ciò che è tipicamente umano. Cosa compresero? Che a fare di lui un uomo acuto nell’osservare, discreto nel dire, generoso nell’operare era il non smettere mai di fare ciò che aveva visto fare dal Padre.

Al Padre bisognava chiedere poche cose soltanto, ottenute le quali tutto sarebbe stato più semplice: essere capaci di riconoscere che egli solo è Dio e nessun altro, diventare costruttori di un mondo così come Dio lo ha pensato, ottenere un pane in grado di vincere i morsi della fame, essere disponibili a far da tramite per altri della misericordia ricevuta, non restare impigliati nelle grinfie di chi vorrebbe convincerci che a nulla serve fidarsi di Dio. Ecco ciò che fa la differenza. Tutto qui.

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