Più della sopravvivenza fisica – Sabato XIV del T.O.

passeriAl dire di Gesù, per l’apostolo la contraddizione è una sorta di statuto esistenziale. È normale che venga contestato, minacciato, ostacolato. Il credente è sotto la paterna protezione di Dio e nello stesso tempo esposto a tutte le prove. C’è sempre qualcuno che vorrebbe ridurlo al silenzio, toglierlo di mezzo. Ma lui non deve esitare a parlare con franchezza. Il credente è chiamato ad avere il coraggio di testimoniare a favore di Cristo senza guardare in faccia ad alcuno, senza mettere in conto i rischi.
Del resto l’esperienza del discepolo è quella del Signore sulla croce: lì Dio si rende volontariamente impotente, impotente quanto alla forza, all’autorità, al prestigio, al successo.
Solo chi è animato da una grande passione, e non cerca facili consensi o gratificazioni personali, riesce a percorrere il suo cammino nella più assoluta fedeltà, pagando qualsiasi prezzo e soprattutto fidando unicamente sul giudizio di Dio. La vita cristiana è affare di cuore: occorre gente appassionata, capace di innamorarsi.
Il rischio dell’amore è la debolezza, che perciò comporta il rifiuto, la solitudine. Quando l’amore ricorre alla forza per farsi valere, si pone in contraddizione con se stesso. L’unica ragione dell’amore… è l’amore. L’unica sua forza è il non ricorso alla forza.
Dio è vicino a condizione che il credente si affidi totalmente a lui. Quando si resiste alla tentazione di imboccare la strada della facilità, del successo, della popolarità, il Signore è dalla nostra parte. La chiave di lettura della nostra vicenda è in quell’espressione del vangelo che dice: senza il Padre.
“Neppure un passerotto (o un capello della vostra testa) cade senza il Padre”, cioè senza che il Padre sia coinvolto.
La fiducia, la tranquillità, l’abbandono, sta nella certezza che Dio vi è coinvolto. C’entra anche lui nelle nostre difficoltà che incontriamo a causa del vangelo. Noi vorremmo Dio come scudo, parafulmine: Dio invece è con noi dentro. Incassa i colpi dall’interno. Noi vorremmo che la fede esercitasse una funzione impermeabilizzante; essa, invece ci espone. Insieme a Dio: è come se fosse Dio a cadere insieme al passero che viene abbattuto, insieme alla vittima che stramazza perché sfinita dalle torture.
“Non temete gli uomini”: non temete chi parla male di voi, chi vi calunnia, chi vi mette i bastoni fra le ruote, chi è in disaccordo con il vostro annuncio, chi vi deride, vi oltraggia, vi considera come pazzi.
“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo…”: non abbiate paura di chi si accanisce contro di voi, di chi contrasta le vostre iniziative.
Chi dobbiamo temere?
Dobbiamo temere chi ci blandisce, chi ci cattura nella rete dei compromessi, dei patteggiamenti, dei giochi di potere.
Dobbiamo temere chi ci assicura protezione, appoggio, favori, privilegi, esenzioni.
Dobbiamo temere chi ci applaude, chi ci fa sentire importanti, chi si dichiara solennemente d’accordo con noi.
Dobbiamo aver paura di coloro che ci assegnano un posto d’onore sui loro palchi, di chi ci invita ai suoi ricevimenti (quante volte, siamo diventati uomini e donne di parata!).
Perché tutto questo?
Perché questo imbavaglia la Parola. Dobbiamo aver paura di chi pretende sostituire la vocazione profetica con la furbizia politica. Dobbiamo guardarci da quelli che vogliono trasformarci da uomini e donne di Dio in personaggi decorativi, dobbiamo temere coloro che vorrebbero proporci una corsia preferenziale per giungere più rapidamente a destinazione e farci evitare l’impatto ruvido con la gente comune.
Dobbiamo temere le facilitazioni. Non abbiamo paura di imboccare una strada solitaria, ardua, rischiosa. Fidiamoci di più del Signore e delle condizioni poco favorevoli.
Il credente può sentirsi al sicuro nell’insicurezza e perciò esige la garanzia di non essere protetto, rivendica il privilegio di rimanere indifeso.

 

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