Il granaio della speranza – XIV domenica del T.O.

messe abbondanteSi direbbe – se non lo conoscessimo un po’ – che Gesù abbia avuto dei gravi disturbi alla vista. Come si fa a parlare di una messe pronta per il raccolto quando le nostre analisi riportano letture della realtà tutt’altro che promettenti? Come si fa a dire che c’è tanto da raccogliere quando a noi pare che ci sia ancora tanto da seminare? Come si fa a credere che l’uomo sia in grado di misurarsi con progetti e sentieri di verità e di bontà, quando la cronaca ci restituisce la barbarie dell’uomo contro l’uomo?

Eppure, dovremmo essere già sufficientemente edotti. Lo aveva ripetuto per mezzo del profeta Isaia: “le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri”. Un’altra volta, in casa di Iesse, quando si trattava di scegliere un re per Israele, era stato piuttosto perentorio: “l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. E quell’altra volta ancora, al pozzo di Giacobbe, quando nel dialogo con la donna di Samaria, ebbe a dire: “Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”. Eppure s’era d’inverno. E poi ancora con Elia che credeva di essere rimasto l’unico sulla terra ad aver mantenuto viva la sua fede nel Signore. Ad un tratto si sentì dire che il Signore si era riservato 7000 uomini che non avevano piegato le loro ginocchia davanti agli idoli.

Sembra quasi, stando alla Parola di Dio, che a far la differenza sia proprio lo sguardo, il modo di guardare la vita, il mondo ancor prima di ciò che poi facciamo per la vita e per il mondo. Se non ti appartiene la capacità di scorgere, magari sotto cumuli di macerie e di miserie, i germogli di un bene possibile, non puoi essere annoverato tra quelli che Gesù ancora chiama per poterli inviare a narrare ciò che più sta a cuore a Dio. La passione per il bene possibile: ecco ciò che sarebbe stata la caratteristica dei discepoli del Signore.

Preparando questa omelia, le parole di Gesù risuonavano come un versetto litanico:

La messe è molta… La messe è molta… La messe è molta…

Ripensavo alla forza che queste parole potrebbero avere nei vari ambiti relazionali in cui si gioca la nostra esistenza. Cosa potrebbe significare per un parroco stare davanti alla sua comunità non dimenticando questa parola del Signore, cosa potrebbe voler dire per un marito e per una moglie, per dei genitori, per educatori ed insegnanti, per chi riveste un’autorità civile. Penso a quale fiumana di grazia potrebbe scaturire se solo mutasse lo sguardo!

La messe è molta… ossia, guarda che c’è ancora del bene. Sì, è vero, lui, lei ha imboccato una strada sbagliata, ma non è l’ultima parola sulla sua vita.

La messe è molta… ovvero, nuovi inizi sono ancora possibili.

La messe è molta… vale a dire, è possibile ricominciare.

La messe è molta… nessuno coincide con il male di cui, pure, può essersi reso responsabile. Il male resta male ma non commettere l’errore di identificare l’uomo con le sue azioni.

La messe è molta… l’uomo può aver perso la somiglianza con il suo Creatore, ma di certo non potrà mai smarrire l’immagine secondo la quale è stato fatto: figlio è e figlio rimane.

La messe è molta… ci sono aneliti di novità di vita che necessitano soltanto della giusta attenzione.

La messe è molta… a fronte di un mondo segnato dalla violenza esiste anche il mondo di chi pazientemente riannoda fili e tesse rapporti.

La messe è molta… se è vero che esiste tanta gioventù che si lascia andare, esistono pure tanti giovani e ragazzi che non hanno rinunciato alla loro voglia di riscatto.

La messe è molta… può accadere che la speranza venga schiacciata sotto i colpi della frustrazione e della tracotanza, ma essa trova sempre la forza di crearsi un varco persino tra i muri più solidi e le resistenze più tenaci.

La messe è molta… anche quando tutto dovesse portare i segni di una disfatta, la nostra fede ci insegna che non c’è venerdì santo che non conosca l’alba di risurrezione.

Gli operai sono pochi, ovvero manca chi è capace di stare di fronte al mondo con questa capacità.

Gesù osserva che l’uomo è sempre pronto, è ancora “capace” di vangelo. Lo è sempre, fino alla fine, anche quando tutto sembra irrimediabilmente o già definitivamente concluso, come insegna l’incontro col ladrone dell’ultima ora. Solo manca chi intercetti le occasioni di Dio, le opportunità perché quel grano porti il frutto desiderato.

Sant’Agostino paragona il ruolo del maestro a quello di colui che soffia sulla brace con discrezione. La discrezione dice la misura giusta, perché se si soffia troppo c’è il rischio di spegnere e se si soffia poco non si riesce neanche a smuovere la cenere.

C’è una piccola fiamma, dentro di me, dentro di te, dentro ogni uomo che va solo aiutata a rilucere.

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