Passi da condividere – Lunedì XIII del T.O.

SeguimiMi sembra davvero non casuale questa Parola consegnata a noi oggi. Come non rileggere in quel “vedendo folla attorno a sé”, i nostri mille impegni, le nostre molteplici occupazioni? Eppure, proprio in un frangente come questo, l’ordine è perentorio: quello di “passare all’altra riva”. C’è una traversata – quella più difficile – da compiere verso il centro della nostra vita. E se questo non accade è il naufragio.
Sovente corriamo il rischio di muoverci nella relazione con Gesù a partire dall’atteggiamento riferitoci dal primo quadro che Mt ci consegna. Per Mt si tratta di uno scriba, uno per il quale Gesù è un Maestro che è lui a scegliere. Si tratta di un tipo di relazione che, per quanto possa apparire totalizzante – ovunque tu vada –, è ancora impropria, perché di Gesù è disposto ad accogliere l’insegnamento di vita, ma non la vita. Farsi discepolo non è semplicemente seguire un messaggio e accettare una dottrina: è condividere in tutto il destino del Figlio dell’uomo.
Come siamo chiamati a passare all’altra riva, così siamo chiamati a passare da scriba a discepolo: per il primo Gesù è un Maestro, una dottrina, per il secondo Gesù è il Signore, una persona.
Ma anche chi ha capito che Gesù è il Signore ha delle resistenze che provengono dal suo cuore e dal mondo dei suoi affetti. Riconoscere che Gesù è il Signore significa confessare che non può essere secondo a nessuno. Se qualcosa o qualcuno viene prima, questi è il Signore. Per il Regno bisogna essere disposti a lasciare tutto (“nulla di voi trattenete per voi…”), interrompere tutto, anche le cose più ragionevoli.
Come si è chiamati a essere liberi dalla madre per nascere alla vita biologica, così bisogna essere liberi dal padre per nascere alla vita adulta. Queste sono le condizioni per nascere come uomini liberi.
Si è discepoli quando si accetta che la condizione normale di vita sia l’essere per via, senza tane e senza nidi. Non è il chiuso di un mondo in cui ci si senta finalmente riconosciuti per quello che siamo o in cui parliamo tutti la stessa lingua, che dice lo statuto del discepolo ma la disponibilità a stare in cammino perché Dio lo si trova a condizione di non fermarsi in nessun posto e di non assolutizzare alcuna forma attraverso la quale, pure, può aver scelto di manifestarsi. Discepoli per via, dunque.
Gesù, certo, aveva delle case dove sostare: Nazaret, Betania, quella di Pietro a Cafarnao. Ma la sua vera casa è il cuore della persona, la sua patria è la libertà degli uomini, che possono accogliere o rifiutare. Perciò è sempre in cammino, perciò è pronto a ripartire. Non è un caso che l’ultima consegna fatta da Gesù ai discepoli è “Andate!”. Sapendo, come dirà la “Lettera a Diogneto”, che ogni terra straniera è per voi patria e ogni patria è per voi terra straniera.
I cristiani appartengono alla categoria di chi va incontro, di chi si muove per primo. Gente di incontri. La loro patria è il fratello, la loro casa una relazione. Solo l’altro è il luogo dove posare il capo.
“Seguimi!”. La sequela non è anzitutto qualcosa di nostro ma del Signore. La traversata (come dirà il brano seguente) è abitata da paura e da fiducia: sono i due sentimenti che si contendono il nostro cuore. Non è il padre che bisogna seppellire ma le proprie paure, diversamente non si giunge all’altra riva.
Si è discepoli quando non ci si abbandona ai rimpianti o a un passato da voler difendere a tutti i costi. C’è qualcosa da fare prima che occuparsi di una realtà che non è più: lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Per questo Gesù afferma: Tu va’ e annunzia…

Discepoli senza rimpianti., discepoli promotori di vita.

Quando tu non segui Cristo diventi un morto seppellitore di morti. Tu sei chiamato ad essere il vivente, scopritore di cose vive. Il discepolo è uno che risveglia le sorgenti della vita dentro le persone.

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