Quando si è “di” Dio – IV domenica di Pasqua

pecoreEra stato accerchiato proprio nel cortile del tempio durante la festa che ricordava la dedicazione di quello che doveva essere per eccellenza il luogo dell’incontro e della verifica tra ciò che sta a cuore a Dio e ciò che sta a cuore al suo popolo. Gesù si era trovato come di fronte a un branco di lupi minacciosi, eppure era gente che si riteneva esperta delle cose di Dio, gente che era certa di avere Dio dalla sua parte. Proprio questa vicenda ci ricorda come non ci siano luoghi (siamo nel tempio) o momenti (si celebra una festa religiosa) in grado di preservare da logiche mortifere o solo mondane: si può essere lontani da Dio proprio mentre si è convinti di essere alla sua presenza, si può giungere a non condividere nulla di Dio pur avendo continuamente il suo nome sulla bocca.

Come a volersi smarcare da chi sta nella vita soltanto per trovare capi d’accusa (codice alla mano), Gesù stabilisce con chiarezza il criterio per verificare quando si è “di” Dio e quando non lo si è. Non è “di” Dio chi continua a opporre resistenza all’Inviato di Dio e agli inviati da Dio, come stavano facendo i giudei e come non poche volte accade a noi quando Dio è oltre le nostre aspettative (la vicenda di Paolo e Barnaba lo attesta abbondantemente).

“Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. È solo l’ascolto che diventa coinvolgimento e capacità di mettersi in gioco secondo lo stile di Dio, a stabilire se siamo dei suoi o meno. Non c’è altro criterio: quand’anche si appartenga all’antico popolo dell’alleanza come nel caso degli interlocutori o, nel nostro caso, si sia iscritti in una anagrafe religiosa, non basta per rivendicare un’appartenenza. La linea di demarcazione non è la circoncisione (come per loro) e non è il battesimo (come nel nostro), o meglio, non sono sufficienti. A far la differenza è l’ascolto reciproco, la conoscenza confidente e la fedeltà nel cammino di sequela. A far la differenza è una vita che sa diffondere il buon profumo di Cristo.

Non si è “di Dio” per ciò che sappiamo di lui ma per ciò che di lui portiamo impresso nel cuore e nella vita, per i pensieri che nutriamo, per gli sguardi con cui stiamo di fronte alla realtà.

A poco serve una bocca che fa una professione di fede se il cuore non crede.

È vero: ci sono persone che le riconosci dalla voce, da ciò che dicono e dal modo in cui lo dicono. Per questo Gesù avrà ragione ad affermare che “le mie pecore ascoltano la mia voce”.

Chi lo ascoltava riconosceva che il suo non era il parlare accademico, non era il ripetere qualcosa di appreso mediante chissà quali studi, tant’è che non faticavano a riconoscere: “mai nessuno ha parlato come parla quest’uomo”.

Accadeva addirittura – e i due di Emmaus se lo ripeteranno l’un altro – che mentre parlava, il cuore ardeva nel petto. Ci sono parole in grado di far giocare d’anticipo il cuore: avverti un fascino che, coinvolgendoti, non ti lascia come ti trova. Deve essere così per forza se un giorno, al solo invito a seguirlo, alcuni erano stati in grado di mollare armi e bagagli per ripensare l’intera esistenza attorno a quell’uomo.

Accadeva che quanto egli proferiva si compiva: sarà così per la risurrezione di Lazzaro, sarà così per la guarigione del cieco, sarà così per i lebbrosi, per il paralitico e per molti altri che di parole vuote ne avevano sentite tante senza alcun risultato.

Le sue parole non erano un suono vuoto perché prima ancora che essere proferite, aveva già parlato la sua vita. Dirà a Nicodemo che pure era ritenuto maestro in Israele: “Noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto”. Non il parlare della chiacchiera ma il parlare di ciò che è stato visto e conosciuto. Forse radica qui la dissociazione tra parole vita: dal non essersi mai lasciati raggiungere da una esperienza d’amore che ha toccato il cuore.

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