Tutto è seme d’eternità – Mercoledì III di Pasqua

non perdere nullaQuesta è la volontà del Padre mio…

Patiamo eccome l’esperienza del non essere riconosciuti. Patiamo eccome l’essere rifiutati da qualcuno: il no lo percepiamo come un non diritto ad essere, tanto è significativa per noi la dimensione relazionale. Gesù, che ben conosce sentimenti e desideri del nostro cuore, ci rassicura: nessun rifiuto da parte mia (“colui che viene a me, io non lo caccerò fuori”). Tutti siamo destinatari privilegiati di un abbraccio di misericordia. Non importa l’avventura che ci portiamo alle spalle, se una vita di grazia o una esistenza fatta di paure e di angosce: ciò che conta è avere l’umiltà e il coraggio di muoverci verso Cristo, accoglierlo credendo in lui. Questo è il discrimine che segna un prima e un poi: lasciarsi attrarre da lui. Il problema, semai, è trovarsi di fronte a questa opportunità e lasciarsela sfuggire di mano come accadde alla generazione degli interlocutori di Gesù, come accade, talvolta, a noi. D’altronde c’è sempre un pane a buon mercato che sembra saziare la nostra fame, c’è sempre un rivolo d’acqua che ha la pretesa di estinguere la nostra sete. Il rischio, però, per dirla con Isaia è quello di spendere denaro, tempo, energie per ciò che non sazia, per ciò che sfamando affama incessantemente.

A noi pare inconciliabile che la volontà di Dio si manifesti attraverso realtà che hanno tutto il carattere della contraddizione se non addirittura del soffocamento della vita stessa. Ci manca lo sguardo proprio del Signore che pur vedendo la sua esistenza incamminata verso una croce e un sepolcro, già intravede la vittoria della risurrezione. Fatichiamo a riconoscere ogni evento come seme d’eternità e pietra d’angolo per una diversa comprensione dell’umano esistere. Discettiamo pure di cose di Dio ma siamo analfabeti di una vera vita nello Spirito. Continuiamo a celebrare ogni anno e settimanalmente il mistero pasquale mentre finiamo per leggere ogni cosa solo con gli occhi della nostra carne. Credo sia il dramma più terribile per un uomo non riconoscere ciò per cui è fatto e non accogliere ciò a cui è chiamato.

Preferiremmo piuttosto un Dio che ci eviti i guadi a un Dio che si fa nostro compagno nella traversata. Fatichiamo a comprendere quanto il Figlio Gesù affermerà della morte di Lazzaro: “questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4). Ciò che ci sfugge di mano o va oltre la nostra comprensione lo percepiamo come definitivamente perduto. Il Signore, invece, ci attesta che nulla va perduto della nostra vita, per questo il lamento può mutarsi in danza.

La volontà di Dio non viene mai meno neanche qualora dovessimo conoscere l’amara esperienza del naufragio: approdiamo alla riva della verità e all’abbraccio della misericordia solo lambendo continuamente i confini tra la morte e la vita.

Ci chiediamo sovente cos’abbia da spartire Dio con un matrimonio fallimentare, un lavoro che non c’è, una malattia che ci visita, una non comunicazione con la persona a cui vogliamo bene. C’entra eccome. È lì, infatti, che devo decidere se dimenarmi da solo o provare a fare riferimento al Signore con tutto il bagaglio del nostro cuore in subbuglio. Questa disponibilità a misurarci con lui è l’antidoto perché la nostra esistenza non sia un insieme di tessere scomposte ma il quotidiano tentativo di ricomporre l’immagine secondo la quale siamo stati pensati. Questa è la ricchezza e la fatica del nostro essere al mondo: riscattare e santificare ogni briciola della nostra esistenza. Nulla da buttare, tutto da purificare.

Questo è ciò che Dio desidera. E io che cosa voglio?

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Rosaria Montefusco ha detto:

    Che bella verità avete espresso in mesta meditazione, io purtroppo so ascoltare fare mie le parole di Gesù, ma non so esprimerle con parole ma con il silenzio. Grazie Gesù perché il più peccatore incallito non lo butti nella spazzatura come facciamo noi.

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