La felice incredulità – II di Pasqua

Pensavano bastassero un po’ di chiodi e una croce per mettere a tacere quell’uomo che alcuni ritenevano un impostore e un bestemmiatore, altri addirittura il “Figlio di Dio”. E, invece, quell’uomo che “era veramente il Figlio di Dio”, neppure di fronte all’evidenza del rifiuto si era rassegnato. Appena risorto eccolo lì a raccogliere quanti avevano patito sulla loro pelle il dramma della confusione e la fatica della dispersione. Anzi proprio la confusione affettiva e lo smarrimento delle ragioni del vivere diventeranno d’ora in avanti il luogo d’incontro con la divina misericordia. Sarà così con Maria di Magdala, con i due di Emmaus, con gli undici, con Tommaso e con tutti quelli che decideranno di intraprendere altri percorsi quando Dio sembrerà loro indisponibile e, perciò, non più degno di fiducia.

Povero Tommaso. Chi non lo sentirebbe suo gemello, Didimo appunto? So cosa accade nella mia vita quando arrabbiato e deluso inizio a prendere le distanze da tutto. Non era lui ad aver esclamato con tanta grinta: “Andiamo anche noi a morire con lui”? E ora che fine ha fatto quel Tommaso? Non sembra neppure la stessa persona. Non poteva certo immaginare di toccare un tale baratro: gli altri, in fondo, per quanto non brillassero, almeno non se ne erano andati. Per quanto storditi, non avevano ancora ripiegato verso scelte individualistiche. E proprio quel loro rimanere era stato ripagato con l’immeritato dono del Risorto il quale, dopo aver fatto dono della sua pace, di se stesso cioè, li aveva inviati proprio come un giorno il Padre aveva mandato lui.

È uno dei momenti più belli di questa pagina: una comunità che patisce il peso di certe assenze e perciò non si rassegna. Anzi, il segno dell’incontro avvenuto con il Risorto sarà proprio mettersi sulle tracce di Tommaso. Gli apostoli attuano quella che potremmo a buon diritto definire l’etica della ricerca e dell’incontro: è così, infatti, che si dà ragione della grazia dell’incontro di cui noi siamo stati resi partecipi. Come il Figlio di Dio, anche noi: non volere che alcuno si perda. Infatti, per quanto ci priviamo della gioia di accogliere il Signore, per quanto possiamo tirare a sorte sulla sua tunica, nessuno di noi è mai escluso dal piano di salvezza della Provvidenza di Dio. Non c’è sbattezzo che tenga. Per quanto io possa prendere le distanze da lui, Dio non le prenderà mai da me: gli sono costato caro, le ferite del Figlio sono lì a perenne memoria.

Pur nella crisi vissuta da Tommaso, gli altri hanno ancora mantenuto un legame tra di loro e con lui. Suona come motivo di speranza quel “gli dicevano” (all’imperfetto, un’azione continuata e non già puntuale, quasi a volerle provare tutte pur di non perdere Tommaso). E cosa gli dicevano? Non c’è traccia di discorsi o di rimproveri. Portano la loro esperienza: “abbiamo visto il Signore!”. Si parla solo di ciò che si è contemplato, di ciò che si è toccato con mano. E cosa ancor più significativa, non un invito a tornare, anzitutto, ma uno a ricredersi. Se Cristo è davvero risorto nulla è più come prima.

Tommaso sceglie di muovere i suoi passi grazie alla mediazione operata dai suoi fratelli. È sempre grazie a un fratello, a un altro che passa l’opera della grazia. Certo Gesù avrebbe potuto raggiungere Tommaso lì dove si trovava ma non lo ha fatto. Non tocca a noi restituire senso all’esistenza altrui: a noi spetta il compito imprescindibile di favorire incontri. Quanti, forse, sono rimasti dimenticati perché nessuno è andato a cercarli, a condividere un tratto di strada insieme! Ad essere abilitati alla missione sono coloro che hanno conosciuto sulla loro pelle la fatica della propria fragilità perché possano essere meno aggressivi nell’approccio. Nessun rimprovero per le assenze ma solo condivisione di ciò che ha toccato il nostro cuore: ecco ciò che fa la differenza.

Quel che è strano è che Tommaso non chiede di vedere il viso di Gesù ma le piaghe. Gli basterà contemplare i segni della passione, che ora non sono più soltanto la memoria di ciò e di come Dio ha sofferto ma anzitutto di come Dio ha amato.

La liturgia bizantina definisce quella di Tommaso come “felice incredulità” che tanto servì alla divina economia perché un giorno anche noi arrivassimo a dire con lui: “Mio Signore e mio Dio”. Proprio la sua più sfrontata incredulità ha generato la fede più solida.

Se Giovanni, posando sul petto di Gesù è riuscito a trarre l’abisso della teologia da cui è nato il suo stupendo vangelo, è Tommaso che ci ha permesso di comprendere come Dio si manifesta e in che modo egli ha amato l’uomo. L’incarnazione del Verbo di Dio arriva fin qui, fino al punto di lasciarsi sottoporre all’indagine degli increduli.

A noi non è dato contemplare il volto fisico di Cristo, è dato però contemplarne le piaghe nella carne dei tanti fratelli che completano in loro ciò che manca alla passione del Figlio.

Il mio Signore e il mio Dio, è uno che non cessa di avere attenzione per i miei ritardi e pazienza per le mie fatiche.

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