Fino in fondo – Domenica delle Palme

Siamo in tanti quest’oggi. Quasi non potessimo mancare ad un appuntamento che il calendario fissa per noi ogni anno una settimana prima della Pasqua. E tuttavia, a me pare che prima ancora che un calendario, a volerci qui è la risposta ad una richiesta e l’accoglienza di un dono.

Mi piace pensare a ciascuno di noi come a quel tale cui il Signore manda a dire di prestargli un asino perché possa entrare a Gerusalemme. Il puledro d’asina esprime mitezza, servizio, dono di sé. Non ci è chiesto un cavallo simbolo di potere e di forza. E noi, così come abbiamo saputo, non disponendo di un asino materiale gli abbiamo messo a disposizione noi stessi, gli abbiamo offerto quell’aspetto di noi che dice disponibilità a lasciarci condurre per vie insospettate: il nostro essere qui sta a testimoniare che non vogliamo lasciarlo solo in quei giorni che stanno per venire e che lo vedranno addirittura preda della paura e dell’angoscia.

Avrebbe potuto farne a meno ma fino alla fine ha chiesto disponibilità e compagnia. A ciascuno secondo la propria capacità. E noi, andandogli dietro, come le folle quel giorno a Gerusalemme, abbiamo attestato che vogliamo seguire le sue stesse orme: non abbandonare la via dell’amore. A ogni costo.

E così ci ritroviamo a scoprire ancora una volta uno dei tratti caratteristici del nostro Dio. Fino alla fine senza disporre di nulla: così il nostro Dio. È un Signore che ha bisogno! Non si era mai udito che un re non disponesse neppure di un asino tanto da doverlo chiedere in prestito. Di lì a poco non disporrà neppure di una sala dove poter celebrare la pasqua con i suoi e di nuovo dovrà chiederla in prestito.

Ma il lungo racconto della passione secondo Luca ci ha narrato di come e di quanto siamo stati amati, ciascuno di noi, nessuno escluso. Se voglio capire il grado dell’amore di qualcuno nei miei confronti devo guardare a quanto ha sofferto per me. Amati quando non eravamo all’altezza del dono ricevuto. Amati addirittura quando il dono della sua amicizia non solo non è riconosciuto ma addirittura rifiutato. Il racconto della passione ci ha narrato, infatti, di un Gesù non preoccupato per sé: fino alla fine non vengono meno i suoi gesti di dolcezza e di misericordia.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando sembra che a nulla siano serviti parole e opere attraverso le quali aveva proposto ai suoi discepoli un nuovo modo di rapportarsi con Dio basato non tanto su una osservanza esteriore quanto sulla somiglianza al suo amore: siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando pur consapevole dell’incomprensione, dell’abbandono e del rinnegamento dei discepoli egli non esita ad esprimere il desiderio di stare con loro per l’ultima volta: ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando i suoi indietreggiano: chiamerà due volte Simone per attestargli la passione del suo cuore: Simone, Simone…

Gesti di dolcezza e di misericordia quando proprio dopo aver mangiato il pane col quale Gesù si donava a loro, sorse una discussione su chi di loro poteva essere considerato il più grande. Erano stati con lui, avevano mangiato il suo pane ma non erano entrati in comunione con lui se è vero che la loro più grande ambizione non era certo quella di farsi pane per gli altri ma di dominare gli uni sugli altri.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando non comprendono che la vita è servire proprio come aveva fatto lui il Signore e il Maestro: io sto in mezzo a voi come colui che serve.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando la loro incomprensione si tradurrà attraverso l’esperienza del sonno proprio mentre il loro Maestro viene catturato come un malfattore.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando guarisce l’orecchio del soldato venuto per arrestarlo, perdona Pietro che pure lo ha rinnegato.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando l’unica cosa che sanno fare è quella sbagliata: rispondere alla violenza con altrettanta violenza. Essi accompagnano Gesù ma sono incapaci di farsi discepoli di chi ha insegnato: a chi ti percuote sulla guancia presenta anche l’altra.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando a tradirlo e rinnegarlo sono il primo e l’ultimo della lista dei suoi più stretti collaboratori.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando sulla via della croce non pensa a sé ma si preoccupa delle donne che piangono su di lui.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando il popolo chiamato a scegliere tra il suo salvatore e un omicida come Barabba, non ha dubbi: preferisce l’assassino a colui che gli porta la pace.

Gesti di dolcezza e di misericordia quando inchiodato sulla croce, abbandonato da tutti, non riceve neanche un gesto di vicinanza pure riservata a chi è in agonia.

Gesti di dolcezza e di misericordia fino alla fine. E così la vittima diventa il difensore dei suoi carnefici: non sanno quello che fanno…; colui che è sottoposto alla loro cattiveria li affida alla misericordia del Padre perché abbia pietà di loro: Padre, perdona loro.

Il percorso carico di violenza e di ingiustizia che Gesù assume è il prezzo che egli intende pagare per non venire meno alla unilaterale offerta di amicizia che Dio fa ad ogni uomo.

Colui che era di natura divina, per non venir meno alla sua fedeltà al Padre e all’uomo, si abbassa fino al limite della schiavitù. Altri sono i percorsi che la cultura del non perdere e del voler vincere a tutti i costi ci spinge a scegliere. Ma si tratta di percorsi senza via d’uscita, perché percorsi all’insegna della prevaricazione e della forza.

Come entrare in questi giorni santi? Attraverso il gesto della spoliazione di ogni volontà di potere capace di generare soltanto conflitti e contrapposizioni. Questo è il senso del nostro essere qui quest’oggi; questo è ciò che abbiamo espresso attraverso il nostro metterci dietro la croce.

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