Dal perché al come – III di Quaresima

“Davanti al male è facile farsi prendere dalla rabbia e dallo sconforto. Possiamo passare tutta la vita a chiederci perché oppure possiamo domandarci come vivere ciò che ci accade. Invece di chiederci solo perché, dobbiamo cominciare a chiederci come”.

Sono le parole con cui si è conclusa l’altra sera una famosa fiction. Perché o come? Il problema è proprio in che modo stare di fronte al reale soprattutto quando si presenta a noi con i tratti del tragico. Dal perché al come: ecco il passaggio chiesto a ciascuno di noi. E il come non è indifferente, un modo non vale l’altro.

Un ragazzo di cui lì a poco avrei celebrato i funerali, scriveva così su FB pochi giorni prima della sua morte: “Il problema non è il tuo problema, ma il tuo atteggiamento rispetto al problema. Comprendi?”. Peccato egli abbia scelto uno strano modo di affrontarlo.

In simili frangenti è pressoché naturale e, forse, anche facile far salire sul banco degli imputati Dio. Dio, in tal caso, rappresenta una sorta di ultima spiaggia per rompere il silenzio di fronte a ciò che non trova alcuna spiegazione.

La rabbia ci porta, infatti, o a chiudere la porta del nostro cuore a lui o a concludere che non esiste. Gesù suggerisce tutt’altro approccio: interrogarci, con tutta umiltà, su ciò a cui abbiamo ancorato la nostra vita.

Quando il tragico incombe, le nostre parole battono l’aria: solo il Signore ha parole di vita eterna, non le nostre.

Solo Dio può dire qualcosa perché solo la sua Parola è lampada ai nostri passi.

Solo questa luce ci aiuta a vedere quello che di solito sfugge al nostro sguardo e alla nostra comprensione. Guai ad entrare nel mistero della morte da soli: ci smarriremmo.

Solo accompagnati da Gesù possiamo attraversarla con l’atteggiamento giusto.

Solo accompagnati da lui possiamo comprendere che morte, vita, presente, avvenire sono nelle sue mani.

Aiutati da Gesù, scopriamo che dietro non pochi eventi calamitosi non c’è un Dio che si diverte a distribuire la giusta razione di male: c’è piuttosto la mano allungata dell’uomo che si lascia andare alla violenza (come nel caso di Pilato) o il profitto perpetrato a discapito della sicurezza come nel caso della torre crollata. Proprio gli eventi come accadono, chiedono una diversa lettura perché si vada oltre un approccio tanto sommario quanto dozzinale (basterebbe leggere certi commenti superficiali postati sui social in occasione di eventi drammatici) che miri a individuare eventuali responsabili senza giungere, però, a mutare atteggiamento.

È necessario lasciar parlare la storia e imparare a “pensare-dopo”, come suggerisce l’etimologia greca del vocabolo conversione. Quant’è importante, per Gesù è addirittura vitale, imparare a “pensare-dopo”, a non lasciare, cioè, che gli eventi, le situazioni ci scivolino addosso!

A salvarci non è la chiacchiera sulla cronaca, le discettazioni che continuiamo a fare sull’una o l’altra catastrofe. A salvarci non è l’ennesima estenuante discussione su problemi di altri quanto la disponibilità a guardarci dentro. Per sfuggire alla tragica vulnerabilità della vita è necessario convertire la qualità della vita stessa. Imparare, appunto, a “pensare-dopo” se davvero vogliamo evitare il ripetersi di certe sciagure.

Il tempo che ci è dato – ci ricorda la parabola del fico – è tempo offerto per accorgerci delle intenzioni di Dio nei nostri riguardi. È questo ciò che può fare la differenza, è

Finché non accade questo, è dietro l’angolo il rischio che la mia sia un’esistenza improduttiva, proprio come il fico di cui narra il vangelo. E, tuttavia, proprio la parabola del fico ci ricorda di come Dio non si lasci mai prendere dalla fretta di giudicare e di condannare. Per accogliere la dilazione offerta da Dio è necessario zappare e concimare: ritrovare le radici per liberarle da ciò che le soffoca e individuare ciò che può assicurare la fecondità.