Siamo altro – II di Quaresima

Erano rimasti tramortiti. Interpellati da Gesù su cosa pensassero di lui, i discepoli avevano abbozzato una risposta vera – il Cristo – ma non sapevano cosa significasse realmente un tale appellativo e la relativa missione. Aveva poi raccontato loro in che modo egli sarebbe stato il Cristo: lo attendeva, infatti, una prospettiva di sofferenza e di morte. Aveva anche parlato di risurrezione, ma cos’era e chi ne aveva mai fatto esperienza? Sapevano bene, invece, cos’è la passione e cos’è la morte. Come se non bastasse, quello che attendeva il Cristo era, in realtà, la stessa sorte del discepolo. Era stato perentorio mentre affermava: “Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce”.

Per otto giorni questi discorsi devono aver lasciato il segno gettando nello sconforto i discepoli che pure con tanta generosità avevano accettato di fidarsi della parola del Maestro che li aveva strappati al loro quotidiano. Si erano ritrovati a fare i conti con la fatica di tenere il passo e con l’incapacità di condividere pensieri e orientamenti di quell’uomo a cui si erano legati. Verosimilmente qualcuno avrà scelto di tornare indietro proprio come accadrà in occasione del lungo discorso sul pane di vita. Qualcuno si era come convinto che la strada intrapresa sarebbe stata senza sbocco.

Eppure, per quanto certe giornate siano particolarmente uggiose, non c’è nebbia che possa oscurare il sole o convincerci che il sole non tornerà a splendere. È necessario attendere. Solo Dio vede noi come siamo al di là di ogni tenebra e oltre ogni peccato. A noi non è dato: subiamo, infatti, non pochi condizionamenti come la paura, l’indolenza, l’angoscia, la delusione, la sfiducia. Quante volte siamo convinti di non avere alcun aspetto di luce! Quante volte riteniamo sgradevole la nostra stessa compagnia.

Per questo Gesù li porta con sé sul monte, per comprendere la bellezza dell’amore vero, la grandezza del farsi dono in modo incondizionato e la fecondità dell’offrirsi senza sperarne il contraccambio. Per quanto ognuno misuri sulla sua pelle la propria piccolezza e il proprio peccato, per quanto sia forte la tentazione di prendere le distanze da certi argomenti, Dio non cessa di farci comprendere a cosa siamo chiamati se solo accettiamo di fidarci.

C’è altro. Siamo altro. Ecco l’annuncio della trasfigurazione.

Sul monte, infatti, accade qualcosa di unico. Il volto di Gesù diventò altro, non già perché non fosse più lui, ma perché l’essenza di ogni volto, anche il nostro, è altro. Per un momento, Gesù apparve nel suo aspetto più vero, quello che gli occhi dei presenti erano in grado di sostenere. La gloria che i discepoli intravedono è quella propria del Figlio di Dio e che, tuttavia, ha assunto una modalità terrena che non la fa apparire in tutto il suo splendore. Accade anche a noi: usi come siamo a vederci in un certo modo, non riusciamo nemmeno a sospettare il nostro vero volto, quello pensato a immagine e somiglianza di Dio.

Si percepisce la voce del Padre che stabilisce una connessione di identità tra il Gesù che sarà rifiutato e sconfitto e il figlio amato. Gesù appare in tutta la sua bellezza, la bellezza propria di chi non è preoccupato di apparire ma di prendersi cura del dolore altrui. È vero: la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore. Proprio la bellezza che promana da Gesù è ciò che permette a tutti quanti noi di giocare la partita della vita a qualsiasi prezzo, nonostante le sue imperfezioni, nonostante le sue fatiche. Quando gli occhi custodiscono la memoria della bellezza intravista e gustata, non si ha paura di sporcarsi con il fango.

Il volto di Gesù diventa altro perché i suoi amici, nella notte della paura e dello smarrimento, non perdano di vista che Gesù è altro, che essi stessi sono altro e, perciò, non cessino di fidarsi e di affidarsi.

Se è vero che la notte potrà impedire a noi di vedere il sole, non potrà mai spegnerlo. Ecco il senso di questa pagina a cui dobbiamo tornare continuamente. Abbiamo tutti bisogno di riappropriarci della nostra bellezza sorgiva se non vogliamo abituarci al brutto, al decadente, al degrado. Chi non conosce la sua innata bellezza si accontenterà sempre del piccolo cabotaggio. A nulla serve sciogliere le catene se uno non è in grado di gustare la bellezza della libertà: vivrebbe da schiavo anche qualora si ritrovasse libero.

C’è altro. Siamo altro. Non dimentichiamolo.