Il chiaroscuro – II di Quaresima

A tema, quest’oggi, il chiaroscuro, quella dimensione dell’esistenza in cui facciamo fatica a districarci presi come siamo dalla difficoltà a tenere insieme il chiaro e lo scuro, la luce e la tenebra, appunto. Le avvertiamo come dimensioni tra loro contrastanti. E per questo ci attraversa non di rado il desiderio ingannevole di una fede che finalmente ci risparmi le contraddizioni delle nostre giornate, gli aspetti più prosaici e avvilenti, una fede che, una volta per tutte, sciolga l’intricato groviglio dei contrasti e dei contrari. Chi di noi non è stato almeno una volta attraversato da un simile desiderio?

Era accaduto così anche ai discepoli, incapaci di mettere insieme quella stupenda esperienza di luce sul monte e quanto di lì a poco saranno costretti a tenere sotto i loro occhi quando il pallore della morte attraverserà il corpo del loro Maestro che ora contemplano nel suo essere divino. Il contrasto è forte: verrebbe da concludere che non si tratti della stessa persona. E, invece, si tratta di due realtà che si illuminano a vicenda e che riguardano la medesima persona.

La tenebra resta tenebra. Vorremmo procedere vedendo tutto chiaro e distinto e, tuttavia, ci scopriamo permanentemente avvolti come da una nube in cui brancoliamo a tentoni. E lì cogliamo la sfida della fede che non ha la pretesa di trasformare la tenebra ma di farcela attraversare grazie ad una flebile luce accesa dentro di noi così da non rassegnarci ad un probabile non senso.

Era accaduto già prima ad Abramo preso nelle strettoie di una speranza minacciata dal fatto che egli invecchiava ogni giorno di più senza vedere compiersi la promessa di un figlio che solo avrebbe potuto garantirgli una discendenza. La sua sembrava una vita frustrata perché senza sbocco: una amarezza gli chiudeva il cuore perché vedeva minacciata la sua stessa sopravvivenza.

Il segno che gli verrà dato sarà un segno povero: un cielo coperto di stelle. Lì Abramo deve riconoscere che Dio è in grado di dare la vita proprio là dove c’è la morte. Ma il segno richiede la fede: esso, infatti, non si impone di per sé. È sempre polivalente il segno, equivocabile. Nessun segno garantisce la fede: nulla la può garantire se non una Parola che mentre viene pronunciata chiede all’uomo la disponibilità a fidarsi rinunciando ai propri criteri nel vedere e nel giudicare. Mi fido?

E Abramo credette… Credette a una promessa: senza una promessa non si vive. E io ce l’ho una promessa, qualcosa che continuamente anima ed educa il mio desiderio? O la mia esistenza è soltanto un insieme di promesse puntualmente disattese?

La promessa alla quale Abramo dà fiducia è sancita da Dio mediante uno strano rituale: bisognava passare fra le due metà di un animale squartato per dire che chi avesse infranto quel patto avrebbe fatto la fine di quell’animale. Ma fra le due metà passerà solo Dio, non Abramo: a dire che Dio si lega ad Abramo anche se questi non ha la forza di legarsi a lui. Dio non verrà meno alla promessa quand’anche la fede di Abramo dovesse vacillare. Se noi manchiamo di fede egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso: commenterà così l’apostolo Paolo.

È questo ciò che fonda per tutti di noi la possibilità di sperare ancora, sempre, anche quando ore angosciose dovessero far capolino sulla nostra vicenda di uomini e di donne.

La Trasfigurazione è una esperienza che è data di vivere anche a uomini e a donne come noi che confrontati con lo scandalo della croce, del male e della morte, diventano capaci – grazie alla promessa che ci viene dal Vangelo, grazie alla disponibilità a lasciarsi condurre fuori, com’era accaduto ad Abramo – di scorgere tenui raggi di luce che pure già filtrano attraverso le pareti spesse della realtà che ci circonda.

Grazie a questa capacità ci ritroviamo a riconoscere che un filo di luce, finissimo, addirittura impercettibile, tesse l’ordito grezzo di tante nostre vicende. Grazie a quel tenue filo di luce veniamo trasformati di giorno in giorno perché la nostra identità rifulga in tutto il suo splendore. A tenere vivo quel filo è la disponibilità a fidarsi del Maestro anche quando sembra porre davanti ai discepoli una prospettiva drammatica: continuare ad ascoltarlo significa continuare a tenere aperto il credito di fiducia che un giorno gli abbiamo accordato. La fede, infatti, nasce dall’ascolto.

Questa fede è ciò che ci aiuta a credere che nel presente già brilla il futuro, nell’umano già è presente il divino, nel tempo già pulsa l’eternità, nel dolore già è possibile gustare l’esperienza della beatitudine, nella storia degli uomini già opera l’amore di Dio. Per questo osiamo ancora una volta dare credito alla parola del Vangelo.

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