La distorsione del reale – VIII del T.O.

Contro la presunzione di sentirsi sempre e comunque migliori degli altri. È su questo che oggi siamo chiamati a esaminarci. C’è una distorsione del reale che rischia di infettare chiunque di noi e che il Signore stigmatizza come ipocrisia. L’ipocrita, proprio perché ha perso il contatto con la realtà, finisce per assegnare a se stesso il ruolo di guida e, perciò, di giudice, di correttore e di castigatore.

L’ipocrita, solitamente, finisce per farsi paladino di una cosa svuotandola del suo contenuto proprio attraverso un modo di fare che è l’esatto opposto.

Impone il silenzio in un ambiente e lo fa urlando, decanta la bellezza della messa ma intanto non vi prende parte, pretende il rispetto ma cerca di ottenerlo con il ricatto, chiede di essere buoni e lo estorce  con la repressione, afferma di ricercare la verità ma intrufolandosi nelle storie altrui, si indigna e si dissocia per il comportamento sbagliato di qualcuno e non riesce a chiamare per nome i suoi misfatti, parla della bellezza del paradiso servendosi della paura dell’inferno. Pensiamo solo per un attimo a quanto questo incide nel processo educativo di un bambino o di un ragazzo: piuttosto che far sviluppare un desiderio di conoscenza finisce per innescare solo un senso di sfida e di ribellione.

Osservava La Rochefoucauld che “l’ipocrisia è l’ultimo tributo che il vizio rende alla virtù”.

Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio…

Se accettassimo seriamente questo ammonimento del Signore, non ci resterebbe che il silenzio.

Può un malato guarire un altro malato?

Può una mente ottusa rischiarare un’altra mente?

Può un cuore impaurito infondere coraggio?

Può un peccatore giudicare un altro uomo?

E chi di noi non è malato? Chi non ha una mente oscurata? Chi non ha un cuore impaurito? Chi non è peccatore?

Perché non posso giudicare? Perché non sono in grado di cogliere la realtà nel suo insieme, al limite posso farmi un’immagine della realtà che, tuttavia, finisce per farmi guardare come favorevole ciò che non lo è o sfavorevole ciò che non lo è. Non ci è mai capitato di ritenere verità inconfutabili quelle che erano soltanto opinioni personali?

Forse comprendiamo di più perché il sacerdote, prima di annunciare il vangelo, ripete tra sé questa preghiera: “Purifica il mio cuore e le mie labbra, perché io possa annunciare degnamente il tuo vangelo”. Il primo ad aver bisogno di permanere in uno stato di conversione è proprio chi prende la parola nella celebrazione. Chi vive questa consapevolezza sa di essere peccatore tra peccatori e, perciò, può parlare senza presunzione. La sua parola è autorevole non se è ripetizione meccanica di un programma ma se è espressione di ciò che ha visto, di ciò che ha condiviso e di ciò che si sforza di vivere.

Non basta l’autorità giuridica per accompagnare chi ci è affidato: è necessaria quella morale.

Un discepolo non è più del maestro.

Se il Signore non si scaglierà mai contro nessuno, neppure contro chi gli toglierà la vita, perché vorresti sputare sentenze a tutto spiano e stabilire condanne per chi non la pensa come te?

Perché passi la vita a cercare il pelo nell’uovo quando sei il primo a concederti larghi sconti su tutto?

La lingua parla dall’abbondanza del cuore.

Il problema non è chissà quale fantomatico nemico esterno a noi ma il nostro stesso cuore. Sulla bocca, infatti, affiora ciò che nel cuore custodiamo e alimentiamo.

 

Un giorno Socrate fu avvicinato da un uomo che gli disse:

Ascolta, ti devo raccontare qualcosa d’importante sul tuo amico…

Aspetta un po’, lo interruppe il saggio. Hai già passato attraverso i tre setacci ciò che mi vuoi raccontare?

Quali tre setacci?

Ascoltami bene: il primo setaccio è quello della verità.  Sei convinto che tutto quello che mi dici sia vero?

In effetti no: l’ho solo sentito raccontare da altri…

Ma allora: l’hai passato almeno al secondo setaccio, quello della bontà?

L’uomo arrossì e rispose: Devo confessarti di no.

E hai pensato al terzo setaccio? Ti sei chiesto a che serva raccontarmi queste cose sul mio amico? Se serva a qualcosa…?

Beh, veramente no.

Vedi? continuò il saggio, se ciò che mi vuoi raccontare non è vero, né buono, né utile, allora sarà meglio che tu lo tenga per te (Socrate).