La pagliuzza e la trave – VIII del T.O.

Dopo essersi rivolto ai discepoli con i quattro “Beati voi…” e i quattro “Guai a voi…”, Gesù li aveva esortati a diventare come il Padre suo, misericordiosi. I discepoli erano stati invitati ad avere come metro di misura non l’angustia delle proprie vedute ma la misura larga del cuore stesso di Dio.

Può forse un cieco guidare un altro cieco?

Una parola che prende di mira la presunzione di alcuni.

Gesù si rivolge a chi vorrebbe guidare la comunità ma in modo falso. La guida per i cristiani è uno solo, gli altri sono tutti discepoli. Per accompagnare qualcuno è necessario il dovuto discernimento e, perciò, questo compito richiede lucidità così da non condurre per vie sbagliate i fratelli. La condizione perché questo accada è restare discepoli dell’unico Maestro.

A chi si riferisce Gesù? A tutti quei cristiani troppo sicuri di sé, sempre pronti a dispensare consigli agli altri e che, tuttavia, fanno tanto fatica ad esaminare seriamente se stessi.

Un discepolo non è più del maestro…

Nella comunità non potranno certo mancare delle guide ma questo servizio dovrà scaturire dall’aver acquisito lo stesso sguardo che Gesù, Maestro di misericordia, ha per ciascuno di noi, specialmente per chi è nel peccato o attraversa uno stato di confusione. Per essere guide di altri occorre tanta attenzione e serietà e tanta umiltà e prudenza.

“Vero maestro nella chiesa non è chi attira sé molti discepoli, ma chi li conduce a Cristo” (D. Attinger).

Perché guardi la pagliuzza…?

Chi guarda la pagliuzza nell’occhio del fratello è un ipocrita, ossia uno che non è in grado di conoscere la verità e, perciò, esprime un giudizio distorto (“noi non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo”). Non ha importanza se i difetti del fratello siano grandi: ciò che conta è guardarsi dall’essere compiaciuti di censurare l’altro. Anzi, proprio il riconoscimento della pagliuzza nell’occhio dell’altro, dovrebbe essere motivo per imparare a guardare se stessi seriamente, sapendo che la mancanza o il limite di uno non mi rende né innocente né migliore di lui.

Essere discepoli vuol dire entrare in un rapporto con gli altri segnato dalla relazione di fraternità (alla pari, quindi) e non di superiorità. Per questo nessuno può ergersi a maestro o giudice di un altro. Lc cristallizzerà molto bene questo atteggiamento mediante la figura del fratello maggiore della parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32).

Il mio occhio deve sempre essere rivolto ai 10.000 talenti condonati a me, non ai 100 denari che l’altro mi deve (Mt 18,23ss). Se guardo il mio debito, non sono più cieco: vedo la misericordia usata verso di me.

A volte si può passare la vita intera a segnalare eventuali inadempienze dei fratelli diventando rigidi verso chiunque e larghi verso se stessi. a tutti Gesù ricorda: “Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici . Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). Chi non riconosce il suo bisogno della misericordia di Dio, chi non riconosce quel che la misericordia di Dio gli ha perdonato, non è in grado di correggere gli altri, per renderli più fedeli a Dio. La correzione fraterna è praticabile solo da chi si riconosce figlio perdonato dal Padre misericordioso e quindi fratello tra fratelli.

Gesù non ha messo Pietro a capo della sua Chiesa perché non aveva di meglio. Lo ha scelto, invece, proprio perché ha vissuto con grande consapevolezza questa esperienza di perdono misericordioso.

«Un discepolo si era macchiato di una grave colpa. Tutti gli altri reagirono con durezza condannandolo. Il maestro, invece, taceva e non reagiva. Uno dei discepoli non seppe trattenersi e sbottò: “Non si può far finta di niente dopo quello che è accaduto! Dio ci ha dato gli occhi!” Il maestro, allora, replicò: “Sì, è vero, ma ci ha dato anche le palpebre!”».

Con l’immagine dell’albero il Signore riconosce il legame che intercorre tra l’intenzione profonda, il centro e la radice della persona (il cuore) e il comportamento. Sono le azioni a dire l’identità del discepolo e queste incarnano ciò che nasce nel cuore umano.

Questo principio enunciato dal Signore non autorizza nessuno ad applicarlo agli altri come a voler identificare la persona con i suoi successi o i suoi fallimenti (altrimenti avvallerebbe il contrario di ciò che ha appena chiesto: “non giudicate”).

Le istruzioni date da Gesù servono a verificare ciò che nel proprio cuore che di solito resta sconosciuto persino a noi. La domanda seria da porsi, sulla base di certi miei comportamenti esteriori, è: quali sentimenti, quali intenzioni nutro dentro di me? È quella che abbiamo definito altre volte come evangelizzazione del profondo.

Un melo non può non produrre mele, un pero non può non produrre pere. Così è per noi: se siamo buoni facciamo il bene, se siamo cattivi facciamo il male. Come faccio a capire se ho le radici innestate nella misericordia? Se ciò che opero ha a che fare con quelli che Paolo definisce il frutto dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, mitezza, bontà, dominio di sé” (Gal 5,22). Il frutto cattivo è quello che Paolo definisce opere di morte, opere secondo la carne.

Il principio del bene e del male non è nelle cose ma nel cuore. Non esistono cose cattive: tutto ciò che Dio ha creato è cosa buona. È l’uso che ne facciamo che può essere buono o cattivo.

Anche in me c’è molto male e, tuttavia, proprio nel male riconosciuto e chiamato per nome, lì il Signore viene a darmi la misura del suo amore, della sua misericordia.

La bocca parla dalla pienezza del cuore…

Il primo frutto che ognuno di noi produce è la parola. Se è vero che la parola esprime ciò che il cuore custodisce, è necessario verificare come alimento il cuore: quale parola lo nutre e quanto è capace di non lasciarsela portar via da colui che si aggira continuamente per svaligiare il tesoro del cuore?