Togliere – Giovedì VII del T.O.

Ai discepoli di sempre è richiesta la fermezza non nel tenere alla larga o allontanare chi immediatamente non si riconosce attorno alle nostre bandiere, ma nel recidere il male oscuro che abita nel nostro cuore. L’ostacolo è dentro di me, non anzitutto fuori di me.

Accade sovente, infatti, di tenere insieme un percorso di sequela e una vita fatta di banalità che finiscono per ottundere il cuore, giustificando tutto sotto la convinzione che non ci sia nulla di male. C’è qualcosa che inciampa il nostro incedere mentre ci concediamo larghi sconti nel nostro stile di vita, nel nostro modo di pensare. Suonano forti le parole del vangelo: Togli! Taglia! E il togliere, si sa, richiede un gesto deciso, non certo accomodante.

Certo, il linguaggio usato da Gesù è un linguaggio figurato. Ma cosa vorrebbe esprimere?

L’occhio che non sa più riconoscere e gioire del bene, è un occhio che non ti aiuta più a riconoscere la presenza di Dio nelle pieghe della storia. Quest’occhio è da togliere!

La mano usata soltanto per prendere e per accreditarsi garanzie, è una mano divenuta incapace di condividere. Questa mano è da togliere!

Il piede che sovente arretra o si arresta sulle sue posizioni, è un piede incapace di frequentare i sentieri verso i quali lo Spirito lo conduce. Questo piede è da tagliare!

Il cuore che difficilmente si mette in gioco e, se lo fa, lo fa comunque con riserva, è un cuore che non è disposto ad affidare al Signore l’orientamento della propria storia. Questo cuore è da togliere!

Perché tutto questo possa accadere non basta agire solo su alcuni atteggiamenti esteriori (quella che altre volte abbiamo definito “evangelizzazione dei comportamenti”). È necessario evangelizzare il profondo, permettere, cioè, che il mio cuore sia plasmato sulla misura del cuore di Cristo. Se questo non accade, il recidere che pure possiamo mettere in atto, è solo un’operazione estetica, peraltro non delle migliori.

A Giovanni e agli altri preoccupati di chiarire appartenenze, Gesù propone di rendere limpida la propria esistenza perché sia riconoscibile senza chissà quali insegne che essa è di Cristo. Non è infatti un vessillo esibito a stabilire a chi apparteniamo ma una vita riconoscibile perché come quella del Signore Gesù.

Certo, quello usato da Gesù è un linguaggio estremo che viene a ricordarci la serietà della posta in gioco. Ciascuno è richiamato alla propria responsabilità: il tuo occhio, la tua mano. Ciascuno coincide con il proprio rischio. Non è possibile riversare in maniera proiettiva le colpe su altri.

È necessario vigilare sul proprio agire (mani), sul proprio comportamento (piedi) e sulle proprie reazioni (occhi) per non divenire un ostacolo alla vocazione e al cammino di fede dell’altro. La soluzione del male, tuttavia, non è una mano tagliata ma una mano convertita. Tagliare e cavare non sono disumane direttive da applicarsi letteralmente, ma indicazioni realistiche di una lotta da combattere ogni giorno per purificare il proprio cuore e aderire al vangelo con maggiore libertà.

È necessario salare la nostra vita se vogliamo che la nostra vita abbia un gusto e soprattutto non marcisca proprio mentre cerchiamo di viverla senza assaporarla.

Il sale della vita è essere in pace con tutti anche se dovesse costare un prezzo salato. Facendo questo tutto ritrova il suo gusto e il suo senso. Meglio essere monchi, zoppi, ciechi che insensati.

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