Un’altra via d’uscita – VII del T.O.

Uomini e donne provati da ingiustizie e vessazioni erano quelli che Gesù aveva davanti a sé e che, tuttavia, continuavano a far ressa attorno a lui per ascoltare la Parola di Dio.

Ad essi aveva rivolto parole mai udite prima: “beati voi… beati voi…”. A chi credeva che l’unico modo per uscire dall’umiliazione e dal sopruso fosse il far guerra, il ribellarsi, il ripagare con la stessa moneta se non peggio, Gesù propone tutt’altra via d’uscita. No, non la fuga dalla realtà, non il far finta che le cose non vadano male, neppure il rifugiarsi in un luogo solitario o frequentare chissà quale lontano paradiso, come talvolta saremmo tentati di fare, aiutati anche da non pochi maestri dello spiritualismo disincarnato.

C’è un altro modo di stare nelle relazioni, quello che Gesù stesso incarnerà nei giorni della sua passione.

Offri anche l’altra guancia…

Se è vero che il padrone aveva diritto di prendere a schiaffi lo schiavo usando, per disprezzo, il rovescio della mano, il porgere l’altra guancia era l’occasione perché, dovendo colpire con il palmo, lo schiavo fosse trattato alla pari.

Non rifiutare la tunica a chi ti toglie il mantello…

Un modo per far capire a chi estorce qualcosa che quando si commette un’ingiustizia si finisce per denudare qualcuno privandolo di ciò che è necessario a salvaguardare la dignità.

Amate i vostri nemici…

L’uomo è più grande del male che pure riesce a compiere e, per questo, il continuare ad aver cura di chi ci è nemico è occasione perché egli prenda coscienza del vicolo cieco in cui si è cacciato compiendo il male.

Come volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro…

Non basta evitare il male come un po’ riduttivamente ci accontentiamo di fare. Il prevenirsi nel bene è l’antidoto migliore per sanare relazioni che altrimenti rischierebbero di essere asfittiche. Solo il bene è capace di vincere il male e di prevenirlo.

Pregate per coloro che vi trattano male.

La preghiera è l’unico modo per imparare a guardare le cose così come le guarda Dio e per ospitare sentimenti che non ci sono connaturali.

Prestare senza sperarne nulla.

Tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo ha motivo di essere solo in una logica di comunione. “Che cos’hai di tuo che non hai ricevuto? E perché ti comporti come se non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). Se hai, hai per dare, non per speculare.

Non giudicate.

Non è l’invito a perdere il senso del discernimento e della critica: si tratta piuttosto del non avere la pretesa di una lettura esaustiva dell’altro. Tante cose ci sfuggono nella lettura di persone e situazioni: per questo l’unico che può giudicare è il Signore che conosce il cuore dell’uomo.

Non condannate.

Le nostre conclusioni rischiano di essere senza possibilità di appello sull’onda di una emotività assai cangiante.

Perdonate.

“Io non sono i miei errori”. Così recita un post che circola in rete. La crescita della persona si realizza attraverso una intensa rete di rapporti, la restituzione di fiducia, la consapevolezza che l’altro non equivale al suo errore.

È il male che va vinto non già chi lo compie. A chi vorrebbe trattarti da nemico, tu trattalo da fratello. Per compiere ciò non basta la pacca sulla spalla ma è necessario un sentimento di presenza nelle situazioni che ci fa agire con forza e non con durezza, la forza di chi è consapevole di ciò che c’è realmente in gioco nel rapporto con l’altro.

Gesù stesso durante il colloquio con Pilato, proprio mentre viene schiaffeggiato, chiede ragione di quel gesto e lo fa per aiutare il suo interlocutore a rendersi conto di quello che sta facendo: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23).

“La contabilità cristiana conosce la sola partita del dare: se vi aggiungiamo l’avere, non ci dobbiamo sorprendere se rivedremo sul tappeto le ragioni del lupo, il quale, essendo a monte del fiume, trovava che l’agnello gli intorbidiva le acque” (don Mazzolari).