Chi sono io per te – Giovedì VI T.O.

catedra-de-san-pedroDue domande sono risuonate nella folla e nei discepoli nella prima parte del vangelo di Mc:  vedendo i segni che Gesù compiva, folla e discepoli sono passati dal chiedersi che cosa è mai questo? al chi è dunque costui? Hanno riconosciuto, cioè, qualcosa di inedito, di inaudito, di insperato in quello che Gesù andava operando. Lo abbiamo visto ridare speranza e dignità a chi non ne aveva, lo abbiamo incontrato mentre mosso a compassione si è fatto carico della fame di tanti, lo abbiamo trovato alle prese con un sordomuto – figura per eccellenza del discepolo – al quale ha ridato capacità di ascolto e possibilità di esprimersi. A questo punto le parti si rovesciano: è lui a chiedere che idea si sono fatti  di lui.

E questo accade per la strada, lungo il cammino. Non siamo cioè in un ambito confessionale ma in quell’ambito quotidiano che meglio di ogni altro luogo attesta le profonde convinzioni del cuore. È nella vita che il discepolo riconosce Gesù come il Cristo. Ignazio di Antiochia, solo quando sta per avviarsi al martirio scriverà ai cristiani di Roma: “Ora incomincio ad essere discepolo”.

Interrogati da Gesù, i discepoli non esitano a riportare ciò che pensa la gente. L’opinione comune lo colloca sulla linea dei profeti.

“E voi chi dite che io sia?”. Prova a dirlo con parole tue: “Tu sei il Cristo!”, riconosce Pietro. Per Pietro, Gesù è il Messia atteso, è colui nel quale si compie la speranza d’Israele. Risposta esatta ma incompleta. Incompleta perché Pietro rilegge l’essere Messia di Gesù secondo categorie mondane: discepoli e contemporanei di Gesù – e noi con loro – condividono il fatto che il segno più certo della presenza divina è il poter disporre ed esibire di una potenza inspiegabile: “Se sei il Figlio di Dio salva te stesso… scendi dalla croce…”.

Dio è per Pietro come per la maggior parte degli uomini il principio stesso di una potenza in grado di attestarsi comunque. Quando si equivoca su Dio, quando ci si sbaglia su Dio!

Per Gesù, invece, questo tipo di lettura è un pensare secondo gli uomini. Se da una parte Pietro è in grado di riconoscere Gesù come Messia dall’altra non ne accetta e non ne condivide la direzione in cui lo sarà. È la tentazione di Pietro ma è anche la tentazione della Chiesa, la mia tentazione: quella di separare il Messia dal Crocifisso, la fede in Gesù dalla croce. Della serie: mi piace quello che egli dice ma non il modo in cui lo realizza.

Per Gesù la croce non è l’incidente di percorso che ti capita addosso tuo malgrado. Essa è frutto di una scelta: la scelta di vivere in uno stile di fedeltà fino alla fine anche a prezzo della propria vita. Gesù ha amato Dio e gli uomini con una scelta senza ritorno.

Gesù non sta soltanto predicendo quello che, suo malgrado, gli accadrà di lì a poco. Ora comprende che, per lui, persino quel modo di morire fa parte della sua scelta di vita. E scopre che essere fedeli a Dio e agli uomini significa entrare in una prospettiva di espropriazione fino al punto di rimettere la propria vita nelle mani altrui.

Il Figlio dell’uomo deve… Perché parlare di dovere? Si tratta forse di una imposizione dall’alto, di una volontà crudele di Dio o di uno spargimento di sangue teso a placare l’ira di un Dio in collera con gli uomini peccatori? Niente di tutto questo. Si tratta anzitutto di una necessità umana. Gesù ha scelto di stare tra gli uomini senza mai rivendicare con forza le sue prerogative. Questo non fa che scatenare il rifiuto da parte di chi sostiene che Dio, se è Dio, debba manifestarsi in tutt’altro modo. Quel “dovere” indica fino a che punto giunge Dio nell’incontro con la libertà umana. Anche a costo di morire Dio non prevaricherà mai l’uomo. Gesù non metterà mai a repentaglio la vita dell’altro per la salvezza della propria. In questo consiste l’amore.

La croce, perciò, non cade dal cielo, non è Dio a mandarcela. Gesù e i discepoli non scelgono di morire di croce: scelgono, invece, uno stile di vita che può anche comportare questa eventualità. I discepoli dovranno assumerla da terra quando saranno pronti anch’essi a continuare la testimonianza che Dio non venga equivocato. La raccoglieranno loro stessi quando vorranno e se vorranno. Assumere la croce è segno della libertà di condividere la passione di Dio purché l’altro viva, è segno della libertà di credere che solo attraverso una simile testimonianza si rivela chi è Dio. Comprendiamo perché, allora, la croce non è la tegola che piomba sulla testa e a chi la tocca la tocca.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Monica ha detto:

    La croce che ogni giorno dobbiamo portare è la sofferenza che viviamo nella nostra umanità quando diciamo no alla nostra volontà per dire si alla volontà di Cristo nella nostra vita. E più é sincero questo si e più diventa leggera la croce

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