La nostra consistenza – VI del T.O.

Davanti a noi si dischiude ancora una volta il mistero dell’incarnazione: non siamo noi ad andare incontro al Signore ma è lui che discende verso di noi, là dove siamo. Il dono della sua presenza non è solo per alcuni ma per i dodici, per i discepoli e per la gran moltitudine di popolo. A tutti costoro Dio non consegna un discorso di propaganda ma il dono della sua presenza che si manifesta attraverso una parola che illumina e gesti che esprimono accoglienza e cura.

Ciò che emerge da questa pagina di Lc è una ben precisa fisionomia di chiesa: non un gruppo elitario di gente che si tiene in disparte ma una comunità collocata tra l’ascolto di ciò che Dio le comunica e la folla di uomini e donne a cui è inviata.

A questa comunità Gesù annuncia una parola che rovescia ogni umano parametro del vivere sociale. Agli occhi di Dio, infatti, è beato chi è povero, chi è affamato, chi piange e chi è respinto mentre è da compiangere (“sono addolorato per voi”, ripete Gesù) chi è nella ricchezza, nella sazietà, coloro che ridono e quelli che godono della stima del mondo.

È fuori di dubbio che una simile parola ci destabilizza non poco: i nostri criteri sono proprio a rovescio rispetto a un tale modo di vedere le cose.

Beati voi poveri…

Il povero è beato non perché si trova nella situazione di indigenza da cui bisogna far di tutto per venirne fuori ma perché, sebbene in quella condizione, non cessa di vivere affidato al Signore. “Beato”, infatti, per la scrittura non è quello che noi intendiamo per “felice”. Beato è piuttosto chi trova la consistenza del suo essere e del suo agire in ciò che il Signore chiede, nella sua Parola. Beato è chi vive la consapevolezza di essere amato da Dio in qualunque condizione si trovi. In un certo qual modo, è come se chi sperimenta la sua fragilità e la sua debolezza, fosse avvantaggiato perché può mettere in gioco se stesso e non qualcosa di sé.

Comprendiamo così come quelli che sono da compiangere lo sono non per la condizione in cui si trovano ma perché presumono di sé confidando solo in se stessi ritenendosi autosufficienti e artefici della loro esistenza, rimuovendo dalla loro prospettiva il Signore a cui sarebbe dovuta la loro origine e la loro stessa sussistenza.

Dove sta la sfortuna del ricco secondo le parole del Signore? Nel voler prolungare il suo presente senza attendere nessuno. Il “guai” che Gesù pronuncia è il lamento su vite sbagliate la cui condanna è l’insignificanza e la solitudine avendo già ricevuto la propria ricompensa.

Chi confida nel Signore, ricordava il profeta Geremia, è come un albero piantato lungo un corso d’acqua: egli non si dà pena nell’anno della siccità e non smette di produrre frutti persino nella stagione infausta.

Si è beati, allora, non quando si è poveri o affamati di per sé. Lo si è quando questa condizione non impedisce di essere signori. Ci è capitato di dire di qualcuno: “è un vero signore”. Chi è signore, infatti, non tiene per sé, ma condivide il suo essere, il suo avere, il suo sapere. Quanti, invece, si sono arricchiti e non per questo sono diventati signori!

Forse, molto più opportunamente, in francese, il nostro “beati” è tradotto con “en marche… in cammino”.

In cammino voi poveri: il regno di Dio è per gente come voi che non si sente arrivata e non è preoccupata di vivere le relazioni solo in base al profitto.

In cammino… Chi è ricco, chi è sazio, chi vive la vita come un gioco non può sentire l’invito a stare sulla strada e a non assolutizzare nulla e nessuno, dal momento che la vita non dipende dagli esiti delle proprie conquiste ma dalla fiducia nel Signore che ha scelto di farsi via per noi.

Ciò che manca – e i poveri lo sanno – non sono i beni di consumo. Manca, piuttosto, quell’atteggiamento signorile di chi non accumula solo per sé. E questa signorilità la conosce solo chi non ha permesso di anestetizzare il proprio cuore.

Non è la povertà o il dolore ad attirare lo sguardo benevolo di Dio ma i poveri e gli afflitti. È a loro che si affida per farsi strada nel mondo. A ragione è stato detto che il discepolo è un povero che va a dire ad un altro povero dove tutti e due potranno trovare pane in abbondanza.

La storia avanza non sulle spalle dei prepotenti ma su quelle di chi non ha permesso a una situazione di indigenza, di dolore, di rifiuto, di abdicare all’umana dignità.