La carezza del vangelo – Sabato IV del T.O.

riposoPagina di tenerezza e di attenzione, quella odierna.

Attenzione e tenerezza nei confronti dei discepoli, anzitutto. Li aveva inviati ad essere segno di come Dio guarda l’uomo. Ora che fanno ritorno, Gesù ne accoglie i racconti e, senza che neppure parlino, ne coglie la stanchezza tanto da proporre loro uno stacco, la possibilità di ritrovare le motivazioni di quel loro essere andati.

Nessun eroe tra i discepoli, ma solo gente comune a cui è stato affidato un dono più grande di loro. Davvero, come dirà Paolo, portiamo un tesoro in vasi di creta. Uomini poveri con un dono speciale: “il Signore del vangelo e il vangelo del Signore! Il vangelo non si aspetta che la gente funzioni. È dato proprio per la gente che non funziona” (Nicolini). E noi chiamati a dare vangelo invece di sgridare: nessuno sgriderebbe un malato per la sua malattia.

Che bello – è vangelo, lieta notizia per noi – sapere che Gesù ha attenzione e gesti per la stanchezza, per i passi dati, per la fatica registrata! Messa in conto in partenza la consapevolezza che quel mandato non era sostenibile dalle loro povere persone. Lo sa bene il Signore: per questo chiede l’umile consapevolezza dei nostri limiti e il lasciarsi ristorare dal suo affetto.

I discepoli hanno nuovamente bisogno di essere rigenerati dallo sguardo di compassione del maestro. Quasi una carezza quel venite in disparte, voi soli (Mc 6,31). Sente che è necessario prendere le distanze e perciò propone di frequentare un luogo o un’esperienza che ci permettano di restare con noi stessi attorno a lui.

Accettare la proposta di un luogo in disparte esprime la capacità di attraversare la frontiera per provare a guardare ciò che già sta sorgendo alle nostre spalle e che non sempre riusciamo a riconoscere presi come siamo dal rischio di identificarci con quello che facciamo. Il luogo in disparte è un’esperienza transitoria, non è il rifugio permanente nel quale ritirarsi per esprimere il disimpegno nei confronti del mandato affidato da Gesù.

Attenzione e tenerezza poi nei confronti della folla che Gesù riconosce smarrita come pecore senza pastore (Mc 6,34). Una folla stanca di ascoltare scribi e rabbini che non facevano altro che ripetere delle dottrine e di sacerdoti che organizzavano solo riti vuoti che non incidevano affatto sulla vita.

Quella folla portava dentro di sé il bisogno di qualcuno attorno al quale riconoscersi, qualcuno che le facesse intravedere prospettive nuove, che avesse occhi e gesti per le sue fatiche, i suoi drammi, la sua fame, le sue domande più vere. Ma aveva trovato solo chi sapeva approfittare della sua condizione di bisogno. Quella folla riconosce che in quel rabbi di Galilea c’è un farsi carico che ha il sapore della spontaneità e della verità. Per questo non gli consente ferie e se si tenta una fuga in barca è capace addirittura di precederlo.

Essa che pure intralcia un progetto di ritiro prospettato da Gesù per i suoi, non viene ricacciata. La folla li ha preceduti e  Gesù non distoglie lo sguardo da essa e dalla sua reale condizione. Vedere la folla è il primo gesto che Gesù compie. Gesto etico già il solo vedere. Si accorge della sua presenza e non la sente come un fastidio. Non è scontato stare a contatto con ciò che interrompe un piano e manda all’aria un progetto. Spesso, appunto, abbiamo sviluppato uno sguardo selettivo che ci fa distogliere l’attenzione da ciò che possa anche solo minimamente farci cambiare itinerario o rivedere i nostri assetti.

Quella folla è trattenuta dallo sguardo del Signore e trova spazio nelle sue viscere tanto da fargli avere un sussulto, un moto interiore che lo spinge all’indignazione e all’intervento. Quella folla non ha nessuno che si prenda cura di essa. Non interessa a nessuno. È storia di sempre, ci ripete la liturgia quest’oggi. Non diverso era ai tempi di Geremia. Invece è proprio verso questa folla che si dirige la predilezione del Signore tanto da assumerne il peso anzitutto attraverso l’insegnamento e poi – come ci verrà ricordato domenica prossima – attraverso il gesto della condivisione dei pani e dei pesci.

A quella folla Gesù restituisce dignità mettendola a parte di quello che egli sa. La nutre di vangelo, anzitutto. Essere destinatari di un insegnamento apre alla coscienza e all’autonomia perché mette le persone in grado di alzarsi in piedi, di riappropriarsi di una identità mai finora riconosciuta. E così “uomini di scarto… ricevono direttamente da Gesù, in mani loro, le chiavi del Regno” (Carfora).

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