In cammino – Giovedì IV del T.O.

Camminare, uscire in spazi aperti, passarsi la voce, potrebbe sembrare il programma per qualche giorno di vacanza da godersi insieme agli amici. E invece è l’invito che Mc rivolge ai credenti perché sappiano percepire che il regno che Gesù annuncia non è uno statico possesso di qualcosa, ma un dinamico processo di relazione, che il vangelo non è un insieme di verità che dall’esterno si impongono alla vita, ma un fermento capace di agire dal di dentro per trasformarla.

Per Mc il vangelo è questione di movimento, dinamismo, un movimento e un dinamismo che la strada, l’incontro reale con la gente, lo scambio vivo delle esperienze di vita possono restituire.

Avere il coraggio di camminare, di liberarsi degli spazi ristretti e stantii in cui di solito ci si trascina stancamente, custodire orizzonti non gretti è già un evento di salvezza, è già un modo che cambia la vita.

Certo si tratta di realtà fragili, a volte addirittura vaghe, soprattutto per chi è uso a richiedere certezze a tutti i costi, cammini ben tracciati e parole che conservino in se stesse il peso di una autorità che non si possa smentire.

Sappiamo quanto questo venga a cozzare con il nostro bisogno di luoghi chiusi, di pareti divisorie ben piantate, di risposte valide per ogni tempo e per ogni circostanza. Sappiamo altresì quanto ogni tentativo elaborato per far sì che il vangelo tocchi la vita, approcci le singole esistenze, si confronti con le domande reali presenti nella storia di oggi, viene visto come sconfitta, come tradimento, come diminuzione di credibilità e, perché no, di autorità.

Al contrario la parola di quest’oggi crede in una profezia che non discende dai palazzi del potere e crede anche nella leggerezza degli strumenti.

Per Gesù un discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo per giudicare come irrinunciabile la postazione nella quale si è accomodato e dalla quale non vuole più uscire.

In tal senso leggerezza dice anche essenzialità del messaggio che va sfrondato di tutte quelle incrostazioni  che lo hanno reso pesante e rigido al punto da non riuscire neppure ad intravederne il nucleo centrale.

La domanda da porci è se ai nostri piedi la polvere che si è indurita a forza di non essere rimossa, non ha finito per stratificarsi a tal punto da rendere difficile ogni possibilità di movimento. Probabilmente se accettassimo di togliere queste stratificazioni verrebbero meno tante di quelle strutture che pure, nel corso dei secoli, abbiamo finito per giustificare per la causa del vangelo ma che con il vangelo hanno nulla da spartire.

 

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