La nostra vittoria – Martedì IV del T.O.

emorroissaUn unico grande bisogno di vita attraversa l’esistenza di tutti noi, anche se ciascuno di noi lo esprime con linguaggi diversi. Giairo, figura pubblica, religiosamente importante, supplica, parla, si inginocchia, si getta a terra davanti a Gesù. La donna, invece, usa il linguaggio del corpo, se parla lo fa solo tra sé e sé. Anche se diverso il linguaggio, comune è la confessione di impotenza. C’è una soglia, rappresentata dalla malattia e dalla morte, oltre la quale non è dato andare: Perché disturbi ancora il maestro?

Il Vangelo ci riporta un triplice modo di rispondere alla stessa esperienza di morte o di malattia.

Il primo è quello interpretato dalla folla in casa di Giairo, una folla che si difende facendo strepito. E’ la rassegnazione fatalistica. Ed essi lo deridevano, annota Mc.

Il secondo lo troviamo nel comportamento della donna affetta da perdita di sangue. Una fede ingenua, apparentemente. Era emarginata dalla convivenza a motivo della sua impurità. Ma non si è mai rassegnata al suo stato. Teme di disturbare Gesù e di venire rimproverata a motivo del suo trasmettere contaminazione. Per questo decide di rubargli in maniera nascosta, di spalle, la guarigione, approfittando della calca e mossa da una grande fiducia: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. È forse magia? No, attesta il Vangelo. A questa donna è stato dato intuire il mistero della persona di Gesù, sa che in lui esiste una forza benefica e risanatrice. E questa forza non solo la guarisce dal male fisico ma anche da quello sociale perché viene reintegrata nella convivenza degli uomini.

Gesù non si sente toccato dalla folla. Tutta la folla gli si stringe intorno, è pressato da ogni parte. Ma Gesù non si sente toccato da questa folla. Turba premit, illa tangit (la folla preme, lo schiaccia, lei sola lo tocca).

“Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace…” . La donna chiedeva tra sé di essere salvata toccando quell’uomo, Gesù, invece, attribuisce alla sua fede la salvezza. È la fiducia che esiste in lei lo strumento che permette di riavere la vita.

La tua fede…: quella che per la religione era soltanto una trasgressione da punire, per Gesù è fede che salva. Ecco perché Gesù manda in frantumi i rituali dell’antica legge. Non la manda dal sacerdote come era prescritto dal Levitico. Le dice di andare in pace: cioè può vivere allo scoperto, liberamente, senza bisogno di sottomettersi al controllo dei sacerdoti del tempio.

La tua fede…: una fede, a ben pensarci, non fatta di proclami ma di gesti, non di parole ma del linguaggio di mani che toccano. Fin dove arriva la mia fede? E come si esprime?

C’è poi una terza risposta al dolore. Quella di Giairo, la cui fede, pur fortemente provata, non è mai venuta meno. Una fede che sa osare anche di fronte ai tratti di una situazione senza ritorno. “Continua solo ad avere fede”. Mi pare sia questo il vero miracolo.

Proprio là dove c’è una impotenza confessata, c’è altresì una fede ostinata, quella fede capace di sperare contro ogni speranza: Continua solo ad avere fede!

Continua solo ad aver fede! Gesù sembra dire che non basta il gesto che può nascere dalla disperazione: occorre una fede capace di attraversare le notti della vita. È  necessaria una relazione con Dio che superi la fase dell’epidermico, il momento della necessità e si misuri con la durata, con il tempo.

Continua solo ad aver fede! Non lasciar perdere quando tutto sembra finito perché volontà di Dio è che tu abbia la vita.

Di fronte a questi modi di risposta al dolore c’è poi Gesù. Gesù non teme i tabù né le miserie più nascoste. Invece di tenere le distanze, è lui che le riduce per stabilire un contatto fisico anche a costo di contrarre una impurità legale e così viene a svelare i tratti del Dio amante della vita che rompe la distinzione tutta umana tra puro e impuro, sacro e profano.

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