L’utile o il bene? – Lunedì IV del T.O.

mc-51-20Senz’altro molto vivace questo racconto di Marco, composto da diverse scene.

Siamo nel paese dei Geraseni, prima regione pagana visitata da Gesù. Alieni dalla fede e dagli ideali di Israele com’erano, i Geraseni erano tutti intenti alle loro cose. Nel nostro caso li troviamo occupati con un grande allevamento di maiali (duemila capi). Quella occupazione era ciò attorno a cui ruotava l’intera esistenza. Di certo poco interessati alla solidarietà sociale (rappresentata qui dal “povero pazzo”, incatenato, emarginato e difficilmente “gestibile”) e per nulla interessati allo stesso Gesù, “elemento di disturbo”, tanto da incoraggiarlo ad andarsene via.

Che Gesù e i suoi discepoli lascino il territorio “protetto” di Israele per recarsi in una zona abitata da una popolazione che vive esplicitamente nel paganesimo, attesta che la persona e l’opera di Gesù non riguarda solo gli Israeliti ma ha valenza universale.

In quel territorio tutto contaminato da cui bisognava tenersi lontano, Gesù vi entra direttamente affrontando la situazione di petto. Lì incontra anzitutto un uomo che per la prima volta ha a che fare con qualcuno che lo sta ad ascoltare. Nessuno aveva tempo per lui, presi com’erano dai loro affari. Quell’uomo era solo un fastidio, uno da cui tutelarsi. Il suo contesto sociale credeva di domarlo emarginandolo, ma la forza di quell’uomo non era comune e perciò gridava tutto il suo odio per l’esistenza, proprio mentre vagava tra i sepolcri e sui monti (altalenando, cioè, tra la morte e la vita, proprio come accade sovente anche a noi). Come se non bastasse, quell’uomo era diventato autolesionista: si percuoteva con pietre. Vittima di un ambiente e vittima di se stesso. Vittima di una profonda lacerazione tra il suo desiderio soggettivo inappagato e una realtà esterna che gli era ostile.

Respinge ed è respinto dalla sua società; in realtà ha finito per assorbire tutti i dèmoni che la fanno da padroni in quella società materialista e idolatra. Vittima – oggi diremmo – di una struttura di peccato. Sconvolto com’è da ciò che non riesce ad accettare lo contesta senza freni e senza controlli. Una contestazione per nulla costruttiva ma molto istintiva e individualistica.

All’uomo posseduto dalla “Legione” di demoni, Gesù chiede anzitutto il nome perché prenda coscienza che l’identità restituitagli dal male è semplicemente alienante e distruttiva. Quella sua follia era, in realtà, una provocazione irrazionale contro i suoi. Gesù lo ascolta ma gli fa comprendere che la sua protesta deve intraprendere tutt’altro percorso. È necessario, infatti, che egli per primo acconsenta a lasciarsi liberare da ogni istinto di male per poi far ritorno presso i suoi con un nuovo modo di guardare e affrontare le cose.

Da “purificare”, però, non è solo l’uomo posseduto da uno spirito immondo, ma anche il paese dei Geraseni stesso.

Quell’uomo abita fra i sepolcri (vive come morto in un mondo di morti) e “un gran branco di porci” (un’economia assunta ad idolo e basata sull’ingiustizia). Nel liberare quell’uomo dal male e nell’acconsentire che quel male si riversi nella mandria di porci, Gesù condanna una società ingiusta e disumana.

Poiché la guarigione di quell’uomo costa la distruzione di non pochi beni, risulta antieconomica come antieconomica è ogni forma di solidarietà. I Geraseni, però, a Gesù preferiscono i loro porci: egli è ritenuto “non conveniente” ai loro progetti e al loro stile di vita. Se prima avevano paura della follia di quell’uomo, ora hanno paura della sua guarigione. Se prima temevano di restare contagiati, ora dovrebbero ricredersi sui valori in cui investono la loro esistenza.

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