Finalmente – III del T.O.

“Finalmente”. Credo sia stata questa l’espressione affiorata sulle labbra di coloro che quel sabato, tanto simile eppure così diverso dagli altri, avevano raggiunto la sinagoga. Sulle labbra dell’unico che poteva vantare di essere il figlio di Dio, non parole di vendetta ma la lingua della misericordia, la sola in grado di restituire all’uomo l’identità perduta, non parole vuote ma un messaggio che aveva autorevolezza.

Non era casuale quella visita al suo paese natale.

Riconosciuto dal Padre come il Figlio nel quale egli trovava la sua compiacenza per il gesto di solidarietà e di prossimità compiuto nelle acque del Giordano, Gesù era stato condotto dallo Spirito Santo nel deserto della prova. Lì aveva dichiarato apertamente di fronte a chi gli proponeva la scorciatoia del magico e dello spettacolare, quale via avrebbe intrapreso, quella della fedeltà al Padre suo fino alla fine e perciò avrebbe rifiutato i mezzi propostigli da Satana. Solo dopo quell’esperienza potrà finalmente prendere la parola e parlare in nome di Dio.

Lo Spirito lo porta tra i suoi, anzitutto. Il primo luogo da evangelizzare è casa nostra, il nostro cuore, la nostra vita, le nostre comunità. Tutto questo “nella potenza dello Spirito Santo”, non già con le sole nostre forze: la potenza dello Spirito, infatti, si manifesta nella capacità di vincere il male con il bene, la paura con la fiducia. Il vangelo, purtroppo, registrerà più disponibilità in periferia che in chi vanta una certa appartenenza religiosa.

Lì, nella sinagoga, Gesù rilegge se stesso alla luce dell’antica profezia di Isaia: “Lo Spirito del Signore è su di me…”. Quelle parole restituiscono a lui il programma pastorale, il contenuto del suo annuncio e lo stile del suo andare. Che cos’era l’anno di grazia, il giubileo, se non il riappropriarsi del progetto che Dio da sempre ha avuto sull’umanità anche quando questa ha preferito battere altri sentieri? Questo era ciò che Gesù si prefiggeva: restituire a tutti la possibilità di vivere da fratelli conformemente al desiderio del Padre. Dio sceglie ciò che tu scarteresti, si identifica con ciò che ai tuoi occhi non ha alcuna rilevanza.

Ho provato a chiedermi: se dovessi scegliere un brano di riferimento, quale potrebbe essere il mio? Da quale luogo inizierei? Quale programma mi darei? Che cosa annuncerei? E in che modo sceglierei di portarlo a compimento?

Gesù inizia da Nazaret, ossia da ciò che nessuno prenderebbe in considerazione, da una realtà che non ha alcun titolo, alcuna plausibilità. Lo sconosciuto e l’irrilevante sono il luogo di Dio: lì è nato, lì è stato allevato. Forse anch’io ho allevato un mio Gesù, modellato secondo le mie aspettative senza lasciarmi più mettere in discussione dalla sua parola e dalla sua presenza.

Non solo. Gesù aggiunge che egli è anche la parola che annuncia. Ecco il segreto della sua autorevolezza: annuncio e annunciatore, parola e persona coincidono. Gesù non porta un insegnamento, anzitutto, ma un’esperienza di condivisione: ciò che dice si compie, in lui anzitutto. La sua parola è gesto di liberazione, di luce, di cura per i cuori affranti, di grazia per chi ha bisogno di riscatto. Per questo “tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati”.

Chissà quante altre volte era entrato in quella sinagoga, eppure quel giorno fu tutto diverso. Ogni giorno, perciò, può essere quello giusto perché il signore si riveli. Non capita anche a noi, talvolta, di stare accanto a qualcuno per anni credendo di conoscerlo e, invece, un bel giorno, scoprire qualcosa di nuovo, di diverso? Solo Dio conosce quand’è la pienezza del tempo e ognuno di noi ha la sua.

Si rinnova per noi quello che accadde a Nazaret. È per noi che le antiche parole vengono pronunciate e, se accolte con docilità, possono compiersi. C’è una sola condizione perché la Parola si compia: riconoscere il proprio bisogno di salvezza e di liberazione.

Oggi. Il tempo che abbiamo a disposizione è il tempo in cui accorgerci di come Dio ci visiti e parli al nostro cuore. Lo sta facendo anche ora, anche qui. Non a caso è detto che la Parola si compie nei nostri orecchi, ossia nella misura in cui le prestiamo ascolto.