A scuola di amabilità – San Francesco di Sales (esercizi sp. seminaristi)

san-francesco-di-salesÈ stato definito uomo di frontiera per vari motivi: anzitutto di carattere geografico (visse, infatti, ai margini dello stato sabaudo), poi di carattere cronologico (visse a cavallo di due secoli che segnavano il passaggio dal rinascimento al barocco), poi ancora per quanto riguarda le confessioni religiose (non riuscì mai ad entrare nella cattedrale di cui pure fu titolare: Ginevra, infatti, era dominata dai riformatori protestanti). Uomo di unità qual era, soffrì molto per

la divisione della Chiesa e per i disastri dell’odio che inquinava il dibattito teologico.

Per conoscere la figura di Francesco di Sales partirei da ciò che sua madre scriveva di lui «Non fossi sua madre, potrei rivelare molte cose mirabili sulla sua infanzia. Ma senza mentire posso affermare che il piccolo Francesco era direttore d’anime di se stesso ed era maestro di pietà per se stesso, tutto protetto dall’amore di Dio. L’ho sempre considerato un santo. di cui non meritavo di essere madre». Chiese molto anzitutto a se stesso e poi agli altri.

L’ottimismo salesiano

Francesco sin da ragazzo lavora tenacemente per dominare il proprio temperamento impulsivo. Aveva un animo particolarmente sensibile, facilmente irritabile, gli umori mutevoli. E per tutti era un caro amico. Gentile e tenace allo stesso tempo. Sereno e perspicace: radicale quanto alle esigenze forti dell’amore di Dio e capace di misericordia verso tutti.

Ciò che resta determinante per lui è lo sforzo per una maturazione spirituale sempre più intensa. Avverti il valore e l’importanza di una ricca vita interiore coltivata con costanza e metodo. Intuì che il mezzo migliore per avvicinare i cosiddetti fratelli separati fosse il dialogo. La violenza religiosa, infatti, non avrebbe potuto ottenere alcun risultato positivo. Scriverà, infatti: “io detesto tutte le contese e le dispute che avvengono fra cattolici. Non mirano a uno scopo utile e i loro effetti non possono essere che dissensi e litigi… che sono la rovina della carità”.

Un vero e proprio momento di crisi lo visse per circa sei settimane: aveva la sensazione di essere condannato, e che per lui non ci fosse salvezza. Questa crisi che minò anche la sua salute, fu superata allorquando, un giorno (il giorno «in cui piacque alla provvidenza divina di liberarlo»), recatosi davanti alla Madonna Nera di Saint-Etienne des Grès, trovò il testo del Memorare: attraverso quella preghiera Francesco si affidò completamente all’onnipotenza di Dio, per quanto oscura gli apparisse. Il tormento e le tenebre dell’anima si staccarono da lui come «scaglie della lebbra», per far posto a un’abbondanza straordinaria di luce, libertà e amore. È in questo frangente che viene alla luce quell’ottimismo vittorioso, ispirato ad un sereno amore di Dio, che caratterizzò da allora Francesco di Sales.

L’ottimismo, cioè quell’attitudine psicologica a prevedere e a giudicare favorevolmente il corso delle cose, quell’occhio di serena bontà e di fiduciosa sicurezza aperto sugli uomini e sugli avvenimenti, è il filo conduttore nella interpretazione dello spirito, degli scritti e dell’azione salesiana. Non un ottimismo d’istinto, fisiologico ma l’ottimismo cristiano, favorito sì da fattori d’indole, di ambiente e di storia, ma fondato principalmente sulla dottrina evangelica, che ha la sua espressione pratica nella benignitas et humanitas apparsa a Betlemme e che ha il suo codice nelle Beatitudini

Il pastore buono

Ordinato sacerdote nel 1593, si dedicherà con intenso amore all’attività di «buon pastore». Con zelo ardente vigila sulle persone che gli sono affidate. Ha il proprio confessionale accanto alla porta della cattedrale, e lì Io si trova dall’alba a mezzogiorno. Il suo progetto di vita risulta con chiarezza dalle parole che rivolge ai canonici, in occasione della nomina a preposito della cattedrale, a Ginevra. Egli fa riferimento alla tragedia dello scisma (la città era diventata calvinista) e afferma: «Con amore cristiano dobbiamo scuotere le mura di Ginevra, con l’amore dobbiamo espugnarla, con l’amore conquistarla».

Pochi anni più tardi, dopo che anche a rischio della vita, incontrando odio e rifiuti, riuscirà a recuperare alla fede cattolica la regione dello Chablais, fu consacrato vescovo di Ginevra, addossandosi così la grave eredità dello scisma. I due decenni trascorsi come vescovo sono intensi di fatica e di lavoro.

Accanto alla preoccupazione pastorale. Francesco diventa maestro della direzione spirituale. Il frutto più bello di questa attività è l’amicizia con Giovanna Francesca di Chantal. Con lei nel 1610, fonda l’ordine delle suore della Visitazione.

Nel 1608 appare la sua famosa Filotea, Introduzione alla vita devota. In un contesto in cui la vita spirituale risultava sovraccarica di elementi monastici, la sua preoccupazione sarà quella di un nuovo modo di essere cristiani in mezzo al mondo. Per Francesco di Sales non occorre privilegiare uno stato di vita o immaginare una situazione ideale. Non è una questione di vocazione bensì di impegno. Non esiste una condizione in cui una persona sia santa di per sé se non sa corrispondere all’invito di Dio al suo progetto d’amore. È la qualità dell’amore che dà un senso ai gesti che compiamo. Per Francesco di Sales “la vita mistica è la vita, la vita quotidiana, la vita con i suoi avvenimenti imprevisti, la sua sofferenza e le sue gioie, le sue amicizie e le sue separazioni, le sue preoccupazioni e le sue consolazioni”.

Maestro della teologia del cuore: in principio l’amore

Francesco di Sales insisterà fortemente sul ritorno al primato dell‘amore, sulla dogmatica della testimonianza viva, sulla forza di un pensiero teologico che nasce dalla preghiera e conduce alla preghiera, sull’amore affettivo ed effettivo. Il pensiero teologico può vivere soltanto in un’atmosfera di dialogo con Dio. Perciò trattare dell’amore di Dio è difficile, «soprattutto per coloro che non conducono una profonda vita di preghiera». L’obiettivo del vescovo dì Ginevra era una «dogmatica pregata».

Francesco di Sales è un mistagogo nell’esperienza di Dio. A lui interessa che tutti nella chiesa diano all’amore quel posto che gli spetta, che tutto si fondi sull’amore, che tutto sia determinato in funzione di esso e sorga da esso. Egli ci offre una mistica dell’amore.

L’amore non è sentimento o emozione. Amare è appartenere al Signore, accontentarlo in tutto: “Teotimo, il nostro libero arbitrio non è mai così libero come quando è schiavo della volontà di Dio; né è mai così servo come quando serve la nostra volontà: non ha mai tanta vita come quando muore a sé, né mai tanta morte come quando vive a sé”.

Il maestro mite e umile di cuore a cui guardare è, per Francesco di Sales, il Cristo e la sua umanità: “Il più ordinario soggiorno dell’anima deve essere accanto alla Croce e il pane quotidiano della religione la meditazione della passione”.

Maestro della serenità fiduciosa

Al centro della vita spirituale l’essere afferrati dall’amore di Dio. «La volontà di Dio è l’amore di Dio», suona il suo motto. E ciò significa, per la sua vita concreta, l’atteggiamento della santa indifferenza e della tranquillità interiore.

Alcuni definiscono san Francesco di Sales il santo gentleman, il santo della dolcezza, della mitezza, della bontà. Questo è senz’altro vero, ma la misura della sua perfezione cristiana e umana è un’altra: è la fede radicale nella provvidenza buona e amorevole di Dio e la dedizione totale alla sua volontà, alla sua guida e disposizione. Perciò per Francesco la serenità interiore è l’ultimo criterio dell’amore: santa indifferenza nei confronti delle cose, apertura al mistero dell’amore di Dio, che supera ogni comprensione.

Non si tratta di un fatalismo cieco, né di freddezza stoica o di durezza di sentimento e negazione della realtà della vita. Si tratta piuttosto di Vangelo vissuto, di compimento della fede come dedizione fiduciosa alla guida e alla disposizione di Dio, anche quando superano la nostra capacità di comprensione.

Le parole di Gesù: “Nelle tue mani consegno il mio spirito” sono per Francesco “la parola essenziale dell’amore e l’anima dell’amore”. La pienezza della vita spirituale, infatti, consiste nell’abbandono totale e fiducioso nelle mani del Padre in un atteggiamento di santa indifferenza. È la santa indifferenza il vertice dell’amore verso il Padre perché rende il discepolo più simile al suo Maestro.

«Mi sento protetto dalla bontà e dall’amore di Dio».

Non c’è nulla come Dio che possa riempire il cuore: “Dio è appunto il Dio del cuore umano”.

Alla fine della sua vita, accetterà la morte con totale serenità. Si farà pressione su di lui perché preghi Dio di conservarlo per la chiesa e per la diocesi, dato che la sua opera non è ancora finita. Egli risponde: «Sono solo un servo inutile, inutile…… La mia opera non è finita…., la finirà Dio». Le suore gli chiedono un ultimo testamento, un’ultima parola sua. Non essendo più in grado di parlare, domanda un pezzo di carta e vi scrive sopra a grandi lettere humilité: umiltà davanti all’amore di Dio.

Maestro del discernimento

«La volontà di Dio è sempre amore di Dio», suona l’intuizione fondamentale del santo. Dio ci conduce spesso per vie strane, ma dobbiamo sapere che lui vuole sempre la nostra realizzazione piena. Dobbiamo aver fiducia in lui, che ci indica la via, lungo la quale non sempre forse raggiungeremo ciò che noi riteniamo il meglio, ma raggiungeremo sempre ciò che in effetti è per noi il meglio.

Per prima cosa l’anima deve conoscersi. Il riconoscimento leale di sé non deve indurre l’anima a spaventarsi di fronte alla sua miseria, ma a riconoscerla e, nella confidenza, ad allacciarsi di più a Dio. “Non turbiamoci delle nostre imperfezioni, perché la nostra perfezione consiste nel combatterle”.

La sicurezza del successo non consiste nel non sentire il fascino dell’amor proprio ma nel non acconsentire. Gli insuccessi, pertanto, possono essere utili: “è necessario che per l’esercizio della nostra umiltà riportiamo qualche ferita in questa battaglia spirituale; tuttavia non saremo mai vinti se non quando avremo perduto o la vita o il coraggio”.

Per ottenere la purificazione del cuore sono necessarie le virtù della pazienza e della dolcezza. La dolcezza è una virtù non facile perché richiede che si apra il cuore alla situazione degli altri sentendosi solidali con la fragilità e la debolezza altrui. Una virtù che comincia anzitutto da noi stessi: “Bisogna avere delle nostre colpe un disgusto sereno e fermo”. Dopo la caduta occorre risollevare con molta dolcezza il cuore, umiliandoci, sì, ma senza stupirci che l’infermità sia inferma, la debolezza debole, la miseria meschina.

Tutti gli impegni vanno trattati senza affanno, inquietudine e agitazione: “Ogni agitazione turba la ragione ed oscura il giudizio, anzi impedisce di far bene la cosa per la quale ci affanniamo”.

E poi la virtù della pazienza: “Quando ti accadrà qualche male, cerca pure tutti i rimedi possibile e conformi alla volontà di Dio… ma dopo aver fatto tutto ciò aspetta con piena rassegnazione l’effetto che a Dio piacerà”.

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