Lui ed io – Sabato dopo l’Epifania

Non poteva esserci figura migliore del Battista, al termine del tempo di Natale, per verificare cosa abbiamo compreso di quanto in questi giorni ci è stato rivelato. Egli che ci ha guidato nel tempo di Avvento a preparargli la strada, ora ci chiede: Chi è per te questo Dio che ha assunto la tua stessa condizione? Cosa rappresenta per te?  Il Battista non riesce a percepire nulla di sé se non in relazione a Cristo. Egli è, sì, l’”amico”, ma del quale ha ben chiara la grandezza e l’origine dall’alto. Giovanni ha chiaro il senso della sua missione e della sua presenza: ora può farsi da parte, perché è giunto colui che egli ha annunciato.

L’amico dello sposo era colui che era incaricato da parte delle rispettive famiglie di tenere i rapporti tra i fidanzati, così da facilitare tutti gli aspetti legati al futuro matrimonio. Che gioia grande definirsi l’amico dello sposo! Ciascuno di noi è per qualcun altro il facilitatore delle nozze tra Dio e la propria umanità: lo sono i genitori per i figli, l’educatore per coloro che gli sono affidati, un parroco per la sua comunità, l’amico per l’amico. Facilitatori di nuzialità, non già ostacolo o occasione di divisione. Mio compito quello di far incontrare Cristo e chiunque egli mi ha affidato.

Quando si ha chiara questa appartenenza, non si ha paura di riconoscere che tra noi e lui c’è un vero e proprio abisso che solo la condiscendenza del suo amore riesce a colmare. Non ho bisogno di appropriarmi di ciò che non mi appartiene per natura ma solo per grazia. Per grazia, infatti, sono quello che sono: e se il Verbo di Dio per raggiungermi non ha trovato di meglio che assumere la mia umanità, è solo restando uomo che posso glorificare fino in fondo il Padre. È questa umanità che io devo affidare al Figlio di Dio se voglio davvero sperimentare la pienezza che mi manca e il compimento per cui sono fatto. A un patto, però, che accetti di far regredire l’orgogliosa fiducia in me stesso.

È solo accettando di diminuire che è possibile accogliere il dono abbondante della vita stessa di Dio in me.

Diminuire non è soltanto un abbassarsi e così nascondere la propria persona. Al contrario, invece, è lasciar risplendere in noi la gloria di Dio, quanto la sua presenza è davvero determinante per noi.

La nostra missione non è quella di mettere al centro noi stessi ma permettere all’altro di raggiungere la sua giusta statura attraverso l’incontro con il Cristo.

«Doveva venir meno la gloria propria dell’uomo e doveva affermarsi la gloria di Dio, perché l’uomo fondasse la sua speranza sulla gloria di Dio, non sulla propria» (Sant’Agostino, Disc 308, 6).

Il decrescere della personalità di Giovanni è andato di pari passo con l’aumento della gioia: “Ora la mia gioia è compiuta” (Gv 3,29).

 

 

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