Nella nostra pelle – Venerdì dopo l’Epifania

“La nostra umanità è stata assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne”. Così ci fa pregare uno dei prefazi del Natale racchiudendo in una sintesi mirabile il senso del mistero dell’Incarnazione. Ed è proprio questa certezza a spingere un lebbroso a forzare l’isolamento in cui era costretto a vivere: l’incontro con Gesù, infatti, fa vincere la paura e fa osare ciò che fino a qualche istante prima, neppure era in grado di immaginare. Nella sinagoga di Nazaret se l’era dato come programma, quello di portare liberazione a chi era tenuto in prigione. E cosa c’è di più incatenante di una malattia che ti inchioda all’isolamento?

L’incontro tra Gesù e il lebbroso esprime quello che accade a tutti noi: per quanto qualcosa possa offuscare i tratti della nostra bellezza esteriore, nel profondo di noi stessi c’è un anelito al bello, al vero che nulla potrà mai tacitare. Miseria e misericordia si incontrano in un felice sposalizio. Questa, infatti, è l’umanità che il Verbo assunto, un’umanità segnata dalla lebbra dei nostri limiti, delle nostre ferite, dei nostri peccati, un’umanità che può ritrovare la bellezza delle origini non per chissà quale nostro sforzo ma per pura condiscendenza d’amore. Questo è ciò che Dio desidera più di ogni altra cosa: restituire la primitiva bellezza secondo la quale ognuno di noi è stato pensato e voluto.

Perché il mistero dell’Incarnazione? Per restituire ad ogni uomo la bellezza perduta e questo avviene senza rimarcare un’ulteriore distanza ma con la delicatezza del toccare.

“Se vuoi…”: quale delicatezza in queste parole! Forse, il lebbroso è convinto che l’incontro con Dio sia un privilegio per pochi, di certo non per lui, però…

La condizione del lebbroso, in fondo, è quella di tanti di noi. Quante volte siamo convinti di non poter stare ancora a cuore a Dio e che egli possa interessarsi di noi, solo perché siamo marcati a vista per quello che di male possiamo aver compiuto a noi e agli altri! Quante volte siamo convinti di non poter uscire da certi vicoli ciechi in cui ci siamo cacciati per la nostra superficialità e per la nostra incapacità a mantenere fede agli impegni presi! Come possiamo ancora pregare noi che se dovessimo sciorinare i nostri peccati, avremmo bisogno di ore ed ore per farlo? Anche noi come quell’uomo siamo forse convinti che Dio si conceda a chi lo merita, non certo a noi, che Dio si offra a chi può vantare il conseguimento di certi risultati, non già a chi annovera mancanze su mancanze.

E invece…

Se a Dio si potesse accedere solo perché lo meritiamo, Egli non sarebbe altro che la nostra fotocopia, un Dio creato a nostra immagine e somiglianza.

Esiste un’unica condizione che attiri il suo sguardo: il mio bisogno riconosciuto e confessato. La mia povertà non è un ostacolo ma la porta attraverso la quale Dio entra nella mia vita. Il lebbroso ci insegna a non aver paura di andare a Dio a mani vuote: esse sono la condizione per poter accogliere l’abbondanza della sua grazia.

A salvare il lebbroso è un Dio che accetta di mettersi nei suoi panni, che condivide la sua sorte. A salvarci, infatti, è sempre qualcuno che accetta di entrare nella nostra vita condividendola: chi sa quello che patiamo sulla nostra pelle.

 

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