Vedere e riconoscere – Epifania del Signore

I nostri occhi e i nostri cuori custodiscono ancora quanto abbiamo avuto modo di contemplare nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Se nel Natale l’attenzione si fissa sul mistero di Dio che si fa uomo (movimento discendente), nell’Epifania contempliamo gli effetti di quel movimento (movimento ascendente): “Il Figlio di Dio” – dirà sant’Ireneo – “si è fatto uomo affinché l’uomo, unito al Verbo, diventasse figlio di Dio”.

Tutti, nessuno escluso, siamo chiamati a partecipare di questa vocazione: diventare figli di Dio. C’è un flusso di grazia, c’è una stella, che accompagna la storia anche nei luoghi e nelle situazioni in cui nessuno scommetterebbe che sia possibile. C’è una luce che si accende anche là dove sembrano avere la meglio le tenebre.

I Magi (lontani per geografia e per cultura), infatti, dopo i pastori (lontani per condizione sociale), sono i primi a rispondere a questa chiamata scrutando la rivelazione di Dio nella grammatica della natura. Proprio la loro vicenda, tuttavia, ci ricorda che solo chi coltiva una certa inquietudine interiore è capace di riconoscere e di seguire la stella, ossia i segni che Dio dissemina a piene mani lungo il nostro cammino.

Il riferimento alla stella dice la necessità di sollevare lo sguardo ossia prendere le distanze dall’illusione delle cose a portata di mano, dalle soddisfazioni immediate, dalla tentazione dell’accaparramento per aprirsi a quella dello stupore riconoscente.

La grandezza dei magi sta proprio nel mettere in discussione quanto già acquisito e lasciarsi spingere guardando in alto, guardando oltre. Credo siano le due prospettive che a noi mancano: l’alto e l’oltre.

Quando essi arrivano a Gerusalemme si misurano con una città distratta e a luci spente: nessuno si è accorto della nascita del Salvatore. I segni ci sono ma vanno cercati e riconosciuti. Gli esperti interpellati sanno addirittura indicare il luogo ma non riescono a misurarsi con quella geografia e con quella teologia.

L’unico – sebbene negativamente – a prendere posizione di fronte alla notizia che quegli uomini venuti da lontano recano, è Erode che finisce per vedere come suo antagonista un bambino. La città si turba ma solo per le possibili conseguenze negative di una reazione violenta da parte del re. Gli uomini della teologia non prendono nessuna iniziativa: si accontentano della disputa accademica senza farsi coinvolgere personalmente da ciò di cui discutono.

Proprio Erode rappresenta per i Magi il rischio dell’inganno di chi, in realtà, è un cattivo maestro da cui prendere le distanze. Erode è la personificazione di chi vorrebbe dirottare, di chi ha in mente l’eliminazione di Dio dal cuore e dalla vita dei cercatori di senso.

Quando giungono nella “casa”, i Magi si misurano con la sproporzione del segno. Un viaggio iniziato da tanto lontano sotto l’ispirazione di un segno straordinario approda, invece, alla carne dell’umiltà e della semplicità di un neonato. Tra la partenza e l’arrivo accade una vera e propria conversione: Dio è all’opera nei segni più umili e più disprezzati. C’è davvero poco da vedere, molto da riconoscere. Vedono un bambino ma riconoscono Dio che si offre ad ogni uomo consegnandosi nelle sue mani, mettendosi a sua disposizione. Comprendiamo perché un giorno Gesù dirà: “Beato colui che non si scandalizza di me!” (Mt 11,6).

L’altra strada per la quale essi fanno ritorno è la strada del mutamento della propria idea di Dio e delle proprie aspettative messianiche. Tante nostre logiche di potere e di riconoscimento mal si conciliano con l’umile via della debolezza intrapresa da Dio nel farsi conoscere agli uomini.

Qual è la mia strada, quella da imboccare per far ritorno a casa mia?

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