In cammino – S. Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

santa famigliaQuando sono i figli a metterti in viaggio…

Dopo aver contemplato nel Natale il Dio fatto carne, la sosta, quest’oggi, è a Gerusalemme, là dove è ambientata una strana vicenda che vede protagonisti Gesù, Maria e Giuseppe. Se Lc non l’avesse raccontata avremmo faticato a credere che potesse essere accaduta. Il racconto di Lc, infatti, apre una sorta di spiraglio nel velo di una vita fatta di non pochi silenzi. Son passati dodici anni, dodici anni di silenzio da quando Lc ha narrato della nascita; ne passeranno ancora una ventina prima che Gesù ricompaia nel racconto.

Intriga non poco il racconto di Lc se lo si mette al riparo dagli stereotipi con cui siamo soliti accostarlo e si restituiscono alla famiglia di Nazaret i colori della vita. Il primo stereotipo è proprio quello dello smarrimento. Dove è scritto che Gesù si smarrisce? Lc annota piuttosto: senza che i genitori se ne accorgessero rimase nel tempio. È lui che decide di essere altrove rispetto alle aspettative dei suoi genitori. E quell’altrove li mette in movimento. Peraltro quella di oggi è una pagina che annovera non pochi verbi di movimento che restituiscono una famiglia in cammino: si recavano tutti gli anni a Gerusalemme… vi salirono di nuovo… mentre riprendevano la via del ritorno… fecero una giornata di viaggio… tornarono in cerca di lui… partì dunque con loro e tornò a Nazaret. Non stanziale questa famiglia.

Il cammino come categoria a partire dalla quale rileggere la vicenda della famiglia di Nazaret come quella di ogni nostra famiglia. Solitamente nel nostro immaginario dire famiglia è dire cristallizzazione di un’esperienza: l’immagine va subito a una sorta di agognato focolare domestico sempre rincorso.

Da quel che si evince da Nazaret essa risulta piuttosto un superamento di cose progettate e desiderate. A ben pensarci questo dato lo restituisce anche la nostra esperienza: non è forse partenza per un viaggio l’avventura di due ragazzi che decidono di sposarsi? Dove condurrà? E per quanto? E come? La vita – anche quella di una famiglia come quella di Nazaret – è oltre il precostituito. Sempre.

Maria e Giuseppe per quanto disposti a fidarsi di Dio han faticato a far rientrare nel loro schema di pensiero quel figlio che eccedeva ogni loro aspettativa. E per quanto non capissero – non compresero – tuttavia si offrivano agli eventi così come accadevano lasciandosi mettere in viaggio, un viaggio interiore prima ancora che geografico, un viaggio dettato da quel figlio che chiedeva loro di stare nei passaggi, quelli di lui che cresceva e più in generale quelli della vita. Stare nei passaggi.

Lo cercheranno per tre giorni, cifra simbolica. Il richiamo ai tre giorni in cui Gesù rimarrà nel sepolcro è evidente. A volte il nostro cercare dura molto di più. Maria e Giuseppe si saranno senz’altro sostenuti nella speranza di quel cammino, avranno accettato la sfida di un altro giorno di ricerca. Sbaglieranno persino nel cercare: lo cercheranno tra parenti e conoscenti. Quasi nel tentativo di leggere quel figlio secondo uno schema che ormai non reggeva più, tanto è vero che gli chiederanno: perché ci hai fatto questo?

Loro cercano, si mettono in cammino a fronte di un figlio che, invece, evoca immagini di sosta: rimase a Gerusalemme… seduto… non sapevate che io devo essere nelle cose del Padre mio? Nelle parole di Gesù quasi un rimprovero a quei genitori che avevano smarrito il senso del progetto originario e il cui cercare era a tentoni. Egli invece rivendica un altro viaggio: quello proprio di chi dimora nei pensieri di Dio. Quando il tuo cammino non è mosso e guidato da quei pensieri, il tuo è un percorso senza meta, un cercare a vuoto. Il suo stare nel tempio diventa invito per Maria e Giuseppe a riformulare il loro progetto alla luce dei pensieri di Dio.

Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. Il viaggio non finisce. Il suo cuore di madre perennemente messo in cammino dalle parole del figlio e dagli interrogativi della vita.

Scese con loro a Nazaret. Un’intera esistenza trascorsa a Nazaret. “Nazaret è l’emblema della profonda immedesimazione del Figlio di Dio… Ed è un tempo lunghissimo. È il tempo in cui Gesù semina il profumo di Dio ma è anche il tempo in cui assimila gli umori dell’uomo” (Sequeri).

Guai ad abbreviare il mistero di Nazaret, i giorni di Nazaret. Il rischio è quello di parlare un gergo religioso pure alto e devoto ma in cui non c’è più spazio per un Dio che parla al cuore.

Mi piace pensare che proprio da quei genitori continuamente messi in cammino dal figlio, Gesù abbia succhiato vere e proprie visioni della vita. Che cos’è quella sapienza in cui cresceva se non un provare a guardare le cose alla luce di visioni altre, di schemi inediti?

A Nazaret deve aver appreso cosa vuol dire pregare Dio nel segreto; avrà imparato a scoprire il volto di un Dio che ha cura dei gigli del campo come degli uccelli del cielo. Lì avrà sperimentato cosa vuol dire avere attenzione per i piccoli, compassione per le ferite, capacità di resistere ad ogni forma di potere che attenti la dignità dell’uomo, capacità di affidarsi anche quando sembrerebbe insensato. Lì: da quel padre e da quella madre che apprendevano il loro compito di genitori dai territori inesplorati in cui quel figlio li conduceva. Essi non capivano… ma non contrastavano. E si ritrovavano generati da quel figlio a nuove visioni della vita.

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