Qual è la tua greppia? – Natale del Signore

Chissà come sarà stata quella notte! I pastori che vegliavano il gregge furono circondati di una luce ineguagliabile tanto che avranno avuto bisogno di stropicciarsi gli occhi perché ciò di cui erano stati resi partecipi aveva dell’inverosimile. Come poteva posarsi su di loro la gloria del Signore, quella che abitualmente riempiva il tempio santo di Dio? Su loro abitualmente esclusi dalla possibilità di relazioni sociali alla pari? Come se non bastasse, gli angeli che avevano recato il lieto annuncio li avevano lasciati per tornarsene in cielo.

Nella vita di ognuno ci sono momenti in cui tocchiamo con mano che siamo avvolti da una grande tenerezza, un po’ come quella che faceva ardere il cuore nel petto ai due di Emmaus mentre il Signore camminava con loro. Si tratta di momenti in cui abbiamo come la percezione di essere toccati dalla grazia, sostenuti da una presenza amica: sembra quasi di toccare il cielo con un dito. Poi, però, ci si ritrova soli, con i piedi per terra e immersi in un grande buio che circonda ogni cosa. Quello è il momento in cui è necessario attingere alla luce che è stata seminata in noi e, a dispetto di ogni contrarietà, ritrovare una forza nuova che mette in moto energie mai sperimentate prima. Proprio come i due di Emmaus che furono capaci di affrontare a ritroso il viaggio che li aveva portati lontano da Gerusalemme, sfidando il buio della notte.

Fosse dipeso da loro, i pastori avrebbero voluto fermare il mistero e procedere circondati della stessa luce che aveva rischiarato la loro notte. Eppure non fu così. Lo stesso accadrà per i Magi: la stella che aveva acceso i loro cuori e mosso i loro passi, ricomparirà solo alla fine. Alla fase dell’intuizione, alla luce della rivelazione, succedette quella della presa di coscienza, del discernimento: “i pastori parlavano l’un l’altro”. La notte si attraversa mediante il reciproco confronto e il mutuo sostegno. Il segno che sono stati toccati da Dio e che egli è presente in mezzo a loro è la capacità di parlare a una sola voce senza che qualcuno voglia prevalere sugli altri.

Ecco la dinamica della fede: la fede nasce da una parola accolta che nel buio della notte ti mette in cammino in spirito di obbedienza. C’è un esodo da compiere come lascia intendere il verbo “andare”: “Andiamo”, si dicono l’un l’altro, o, meglio, “attraversiamo”. Non è possibile fermarsi all’annuncio o voler fermare il tempo: è necessario attraversare un guado per andare a vedere che Dio mantiene la parola data e, perciò, opera ciò che dice.

A illuminare i loro passi è la luce della Parola. Sempre così: la fiducia accordata alla Parola di Dio è ciò che permette di attraversare l’opacità della storia. La riuscita del cammino sta tutta nella fedeltà alle indicazioni ricevute al momento in cui Dio si è rivelato. Si giunge alla meta solo facendo memoria dell’in principio, di ciò che ha determinato la volontà di intraprendere il santo viaggio.

“Andarono e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia”.

La meta del cammino l’ordinarietà, un Bambino non diverso dagli altri. Se straordinaria è l’esperienza che ha mosso i passi e animato il cammino, ordinaria, invece, è la meta a cui quei passi conducono. Dio abita i gesti del tuo quotidiano e ciascuno lo riconosce a partire dalla sua particolare concretezza storica proprio come avverrà a Pasqua: le donne lo confonderanno con il giardiniere, i due di Emmaus con un viandante. I luoghi del tuo ordinario sono la greppia nella quale egli ha scelto di essere deposto. Quale la mia greppia?

Dio ha scelto di nascere lì dove non ce lo saremmo aspettati, nella precarietà delle nostre relazioni, nell’angoscia delle nostre solitudini, nella vulnerabilità della nostra famiglia, nell’inadeguatezza della nostra comunità.

Lì troveremo un Bambino avvolte in fasce.