L’arte dello stupore – IV di Avvento

visitazione copia 2A pochi giorni dal Natale, la liturgia ci aiuta a mettere a fuoco con quale atteggiamento siamo invitati a celebrare il mistero dell’Incarnazione. L’incontro tra Maria ed Elisabetta in quella casa di Ayn Karim, è un’icona di come vivere questo Natale ormai alle porte.

Due donne, segno per eccellenza dell’impossibilità umana (una, vergine, l’altra, sterile), insegnano l’arte dello stupore: non smettere di stupirti della vita perché essa è sempre oltre ciò che riusciamo a immaginarci, spunta sempre in modo straordinario, perché la sua sorgente non è in noi ma nel Signore. Non tutto è racchiuso soltanto in un ordine biologico del tipo: posta una causa si avrà senz’altro un certo effetto. Dio può fa sorgere figli di Abramo anche dalle pietre. Per questo non possiamo mai abdicare al delicato compito del tenere viva la speranza: c’è un Dio sempre all’opera, ancora all’opera, e che in maniera paziente e misteriosa tesse e ritesse la nostra storia mentre continua a renderla grembo fecondo.

Da Maria apprendiamo cosa significhi accogliere la Parola di Dio: vuol dire lasciarsi trasformare, lasciarsi sorprendere, accogliere la sfida di un percorso e l’incognita di un incontro, accantonare progetti declinati soltanto secondo la logica del voler perpetuare il già visto. Nulla di nuovo accade se non per un atto di fede, ma questo, quando è vero, si declina sempre attraverso la carità di un servizio.

Appena l’angelo lasciò la casa di Nazaret, infatti, Luca annota che “Maria si alzò e si mise in cammino”. Un percorso di 150 km, oltre tre giorni di cammino!

Quando Dio parla all’uomo, il segno più vero che la sua parola è stata accolta è proprio l’alzarsi, l’uscire da una situazione di staticità, la sollecitudine verso chi ci è affidato, il darsi una meta, l’intraprendere percorsi, la prontezza nel mettersi in gioco, la fiducia che ciò che si è acceso nel nostro cuore può giungere a compimento solo se siamo in grado di inventare sentieri nuovi.

Chi ascolta sul serio la Parola di Dio, si ritrova tra le mani un “impegno vivace”: la disponibilità a condividere l’esperienza della strada. Chi dice “eccomi” all’annuncio di Dio, si ritrova catapultato lungo i sentieri che portano là dove qualcuno attende la carità di un conforto e la condivisione di ciò che il Signore ha operato nel proprio cuore.

La visita ad Elisabetta narra, infatti, che quando qualcuno accetta di consegnare la propria esistenza al Signore, si ritrova incamminato verso l’alto, in una esperienza che chiede il superamento di un’esistenza ripiegata. E questo non senza fatica, come è proprio di una scalata. L’incamminarsi verso l’alto dice la necessità dell’andare oltre gli ostacoli, oltre il pregiudizio, per entrare con tatto nella vita di quanti sono raggiunti dai nostri passi. L’incontro accade sempre non in maniera scontata, ma solo dopo un lungo viaggio non privo di fatica e di disagi.

Elisabetta non tarda a riconoscere che sebbene Dio abbia scelto strade inconsuete per venire incontro all’uomo, Maria non è rimasta sorpresa di fronte alla fantasia del suo amore: Beata te che hai creduto!

Se da Maria apprendiamo l’arte dell’alzarsi e dell’incamminarsi, da Elisabetta apprendiamo quella non meno facile di riconoscere e di benedire. Quanto ci è difficile riconoscere che Dio operi nella vita delle persone e che, verosimilmente, operi in modo diverso rispetto a quello che compie in noi. Riconoscere: ovvero, non dare per scontato, ovvero, mettere in luce, portar fuori, ovvero, promuovere.

Elisabetta incarna il primato della benedizione: ed è singolare che a riconoscere e lodare il bene sia una donna avanti negli anni, una donna, cioè, che non legge la vita, il presente secondo categorie obsolete, una donna che non ha chiuso anzitempo la partita con la vita e con ciò che in essa Dio ancora continua a suscitare. La benedizione di Elisabetta ci ricorda che non si potrà gustare la gioia se non si apprende l’arte del dire-bene che è conseguenza di quella, appunto, del leggere l’esistenza non secondo la categoria di ciò che manca ma di quello che già c’è, sebbene tenue, timido, piccolo, umile. Rallegrarsi per il bene che c’è attorno a noi!

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    nell’incontro con il Suo commento quotidiano della Parola ci “si ritrova incamminato verso l’alto (profondo), in una esperienza che chiede il superamento di un’esistenza ripiegata”
    Grazie Don Antonio et semper quotidie duc in altum.
    Buon Natale

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