Ciò che guarda Dio – II di Avvento

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Da come l’evangelista introduce il brano odierno, tutto lascerebbe presagire che gli occhi di Dio si posino sugli uomini che determinano gli intrecci sociopolitici del tempo e, invece, per quanto egli intervenga sulla storia, lo fa sempre attraverso la via dell’umiltà.

Le vicende degli uomini non gli sono estranee, egli le sente sue: il peccato dell’uomo non lo fa arretrare, come ci ha ricordato la recente festa dell’Immacolata. E, tuttavia, quando sceglie di intervenire lo fa sempre attraverso percorsi che nessuno di noi batterebbe. Umanamente parlando non ci sarà mai una storia perfetta all’altezza di Dio, eppure egli ha scelto non solo di lambire ma addirittura di fare sua proprio quella segnata dalla contraddizione e dalla fatica: il limite è il luogo in cui sceglie di piantare la sua tenda per abitare con gli uomini.

Proprio questa teologia della storia ci chiede di rivedere il nostro modo di rapportarci ad eventi e situazioni, persone e luoghi: il rischio, infatti, è quello di non accorgerci che Dio è sempre all’opera ma ha spostato la sua attenzione su qualcosa che non attira immediatamente il nostro sguardo; il rischio è di fare il lamento per ciò che ci sfugge di mano e non accorgerci del seme che egli sta già facendo germogliare altrove.

Il Signore non sceglie la reggia dell’imperatore né abita nel palazzo di Erode. Dio abita dove lo si lascia entrare, parla dove sa di essere ascoltato. Dove è moneta corrente la superbia, egli è un estraneo, dove è di casa la violenza, egli non mette piede.

Lo sguardo di Dio si posa “su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” e tutto quello che finora sembrava centrale diventa marginale. Apparentemente sembrerebbe tutto sbagliato: il deserto? E chi lo frequenta? Giovanni? Uno che non doveva nascere, nato quasi per caso o per sbaglio. “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (1Cor 1,27). Nasce quando tutti i profeti sono già morti e quando degli apostoli non si vede manco l’ombra: “il più piccolo nel regno dei cieli” sarà addirittura “più grande di lui” (Mt 11,15) eppure, alla scuola di Giovanni, s’è messo pure il Figlio di Dio. Un motivo ha da esserci.

Sempre così: Dio rovescia i parametri che presiedono alle sorti dell’umanità. Non frequenta le città dell’impero ma predilige il deserto dove plasma uomini e donne pronti a dire il loro “eccomi” perché la bellezza dell’opera di Dio si manifesti in tutto il suo splendore e “appaia che questa straordinaria potenza viene da Dio e non da noi” (2Cor 4,7).

Giovanni offre alla parola di Dio anzitutto la sua carne e i suoi pensieri tanto che sembrerà quasi che il suo uomo esteriore si vada disfacendo, ma “quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16). Prima ancora che essere annuncio per altri, prima ancora che essere “voce”, l’intera esistenza di Giovanni è sotto la Parola del Signore: continuamente ha piegato le proprie spalle al giudizio e alle indicazioni di quella Parola tanto da esserne interiormente rinnovato così da fiaccare il proprio egoismo. Radica qui l’autorevolezza del suo messaggio.

A Dio che si rivela è dovuta l’obbedienza della fede, dirà duemila anni dopo il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum 5. Ma nella vita di Giovanni questo arriverà fino al martirio, fino a non trattenere per sé neppure la propria esistenza, tanto era legato alla Parola di cui era voce.

A noi che muoviamo i passi verso il mistero del Dio che viene nella nostra storia, Giovanni ripete che la storia non è materiale di scarto, non è da buttare: essa è da portare a compimento (“preparate le vie del Signore”); in essa va raddrizzato ciò che è storto e va sistemato ciò che non lo è. La storia, quella dei grandi che Lc ha appena nominato, va ricucita, va rattoppata. E possono fare questo, solo uomini che abitano la storia non quelli che la evitano, uomini che riescono a tirar fuori spiragli di luce là dove verrebbe da concludere che c’è solo tenebra.

Ben poca cosa Giovanni, ma quanto mai necessario. Uno che ha scelto di essere servo del Signore per non essere schiavo di nessuno, neppure di chi potrà decidere di salvargli la vita. Umanamente sbagliato, eppure provvidenzialmente giusto.