La vostra liberazione è vicina – I Lectio di Avvento

Contesto

Siamo al cap. 21 di Lc. Gesù è giunto al termine del suo viaggio verso la città santa. Siamo nel tempio e qui egli pronuncia il suo discorso escatologico. Il tempio è per Israele il luogo in cui celebra e riconosce la sua identità di popolo dell’alleanza. Ma proprio prima del brano che noi ascolteremo nella I di Avvento, Gesù ha profetizzato che di quel luogo, il tempio, “non resterà pietra su pietra” (Lc 21,5), mentre le sue parole non passeranno (cfr. Lc 21,33).

La comunità per la quale Lc scrive il suo vangelo desidera sapere come e quando tornerà il Signore.

Gesù ha già parlato della venuta del Figlio dell’uomo. Lo ha fatto in più occasioni: quando, in casa di Zaccheo, ha raccontato la parabola delle mine (in quella circostanza aveva parlato del ritorno del padrone di casa); quando ha parlato dei giorni di Noè, poi della fuga da Sodoma di Lot e della sua famiglia. Più volte Gesù ha fatto sapere ai suoi che la conclusione del suo viaggio non coinciderà con la fine della storia e che tra la Pasqua e la venuta gloriosa (parusia) ci sarà il tempo della Chiesa e della propria responsabilità riguardo alla salvezza ottenuta.

Lc, quindi, educa la sua comunità a leggere i segni dei tempi: la vita umana, terrena, va letta dalla prospettiva del cielo.

Testo

Quando nei vangeli si parla di “Figlio dell’uomo”, si sta parlando di Gesù stesso. È su di lui che bisogna fissare lo sguardo perché è lui il fondamento della speranza dei cristiani.

Nella prima parte del brano (vv.25-28), Gesù annuncia segni terrificanti nel cielo che produrranno sulla terra angoscia e paura anche per quello che dovrà ancora accadere. Mentre il cielo e la terra saranno sconvolti, viene annunciata la venuta del Figlio dell’uomo il quale si manifesterà con potenza e gloria.

Ogni epoca conosce sconvolgimenti della natura, catastrofi, eventi dolorosi.

Le parole di Gesù vogliono aiutare i discepoli a sapere reggere quanto accadrà di lì a poco alla città santa che verrà distrutta nel 70 e quanto accadrà a loro stessi nelle tribolazioni sopportate a motivo del vangelo.

Se la morte del Signore non è la fine del tempo e del mondo ma l’inizio di un nuovo tempo, non lo sarà neppure la fine del tempio.

La storia muta e i discepoli devono saper intercettare questi cambiamenti e approfittarne perché, nelle vicende del loro tempo, possano essere in grado di testimoniare la presenza del Signore e la sua opera.

Proprio questo discorso di Gesù è un invito a non piangere sulle macerie di vecchie costruzioni ma a pensare il nuovo da edificare.

Davvero il futuro è qui ed ora, è oggi e non inquieta perché quello che vivo, lo vivo già proiettato all’incontro finale.

Quando Gesù entrò nella sinagoga di Nazaret, aveva parlato del suo ministero come legato alla scarcerazione dei prigionieri. Quando ritornerà, libererà, invece, coloro che gli sono rimasti fedeli e hanno sofferto per lui. di quale liberazione si tratta? Della liberazione dalle catene della morte. Solo chi non ha più paura della propria fragilità è in grado di stare con il capo sollevato e di guardare in faccia l’altro. Alla fine del brano, infatti, coloro che sono stati liberati da ogni schiavitù e dalla precarietà della vita, saranno in grado di stare in piedi, cioè senza paura, anche davanti al Figlio dell’uomo. La comunione iniziale tra Dio e l’uomo, quella che si respirava in Eden, si vivrà in pienezza quando l’uomo vedrà Dio non più come un predatore ma come un liberatore.

Se non vogliamo ricadere nel terrore, è necessario riconoscere come Signore della nostra storia il Signore Gesù. Chi cammina verso un incontro, attraversa ogni situazione senza lasciarsi schiacciare, levandosi e alzando il capo.

Nella seconda parte (vv. 34-36) Gesù si rivolge ai discepoli invitandoli a saper vigilare circa il pericolo che i loro cuori si appesantiscano in “dissipazioni, ubriachezze e preoccupazioni per la vita”. È innegabile che quel giorno si manifesterà come un laccio che all’improvviso può far cadere; ai discepoli, però, è chiesto di vegliare e pregare perché siano in grado di rifuggire “le preoccupazioni della vita” così da stare “davanti al Figlio dell’uomo”. Perché questo possa accadere sono necessarie l’agilità del corpo e la lucidità della mente.

Occuparsi delle cose ordinarie della vita quotidiana senza prendersi cura di ciò che il Signore chiede, si trasformerà in un laccio mortale.

Bando, perciò, a una vita in pantofole: occorre stare in cammino evitando le trappole che ostacolo i movimenti.

A fare da compagna del cammino discepolare è la preghiera: essa, infatti, aiutandoci a vivere al cospetto di Dio ogni giorno, ci aiuterà a prepararci a comparire davanti a lui anche nell’ultimo giorno.

È il presente ad essere giudicato e ogni istante è decisivo. Per questo è necessario stare attenti e vegliare pregando.

State attenti…

Significa applicarsi con diligenza così da intercettare tutto ciò che appesantisce il cuore e ostacola la speranza. Di certo non aiuta l’attenzione l’eccesso nel bere, l’eccesso nel consumo dei beni, la ricerca di uno stato di vertigine, la coscienza alterata. Per discernere e attendere è necessario restare lucidi.

Insieme all’uso sregolato dei beni, Lc associa un altro elemento da cui stare lontani: gli affanni. È la stessa situazione in cui era cascata Marta, una sorta di agitazione quasi incontrollabile che fa dimenticare ciò che è davvero necessario ed essenziale. Una vita affannata e in preda alle preoccupazioni ha un suo retroterra che è la mancanza di fiducia in Dio.

È necessario discernere, cioè passare al vaglio ciò che ispira il mio comportamento e ciò che c’è veramente nel mio cuore.

Poi, Gesù va oltre e dice:

Vegliate pregando

Il verbo vegliare, in questo caso equivale a “dormire nei campi”. Nei campi non è possibile il sonno profondo del letto: si tratta di un sonno leggero, pronto a interrompersi al primo rumore, quando magari c’è un pericolo. È il sonno tipico dei pastori che vegliano il gregge o quello di un genitore che veglia il proprio bambino ammalato: sembrano dormire, ma in realtà sentono ogni minimo sospiro. Per non cadere nel sonno profondo è necessario pregare: la preghiera è ciò che permette ogni cedimento. Si prega in ogni momento (pensiamo alla profetessa Anna che non si allontanava mai dal tempio).

Di quale preghiera si tratta? Non quella che fa presente a Dio ciò che ci sta a cuore e di cui abbiamo bisogno ma quella che chiede la forza di attraversare il tempo della prova nella fedeltà e quello del dolore nella pazienza.

Quale rimedio?

Se la dissipazione indica tutto ciò che ci porta a vivere in superficie ogni cosa, il rapporto con Dio come quello con l’altro (è il vivere frammentario, a segmenti, che ci impedisce di dare unità al nostro cuore, finendo per essere uno, nessuno, centomila), essa ha il suo antidoto nella capacità di vivere in profondità le cose.

Se l’ubriacatura, cioè il bisogno dell’eccesso, è l’essere convinti che ci è dato di ritrovarci solo fuori di noi, nel continuo possesso di cose, beni, esperienze senza limite, essa ha il suo antidoto nella capacità di essere sobri, misurati, moderati

Se l’affanno della vita si manifesta attraverso un’agitazione incontrollabile come se tutto fosse solo ed esclusivamente nelle nostre mani, perdendo di vista l’unica cosa necessaria, esso  ha il suo antidoto nella capacità di vivere consegnati, affidati.