Oltre il presente – I di Avvento

A chi era convinto di poter dormire sonni tranquilli perché si riconosceva in una pratica religiosa formale, qual era diventata quella del tempio di Gerusalemme, Gesù aveva chiesto di non illudersi: il credere di aver catturato Dio tra le mura di un tempio, non è affatto garanzia per poter essere esenti dal momento del dramma e della prova. Nulla di ciò che possiamo aver costruito, ha in sé il carattere di eternità: neppure il tempio! Per questo Gesù sollecita i discepoli di ogni tempo a imparare a guardare oltre il momento presente, acconsentendo ad entrare in un processo di destabilizzazione. Qualcosa di nuovo sta per nascere ma questo non è mai indolore, proprio come accade in ogni travaglio che si rispetti. E guai a voler cristallizzare espressioni e luoghi di una religiosità che rischia solo di essere accomodante perché finalizzata alla propria personale tutela. Certo, l’essere personalmente e comunitariamente sottoposti a qualcosa che butta all’aria quanto finora avevamo ritenuto come un punto fermo di riferimento (il tempio di Gerusalemme rappresentava un elemento di identità per Israele, ma ognuno ha i suoi luoghi e i suoi tempi in cui riconoscersi), non poche volte porta a dubitare del fatto che a Dio stia ancora a cuore la nostra storia. E, tuttavia, a rileggere la storia della salvezza, scopriamo che proprio i momenti di maggior buio, quelli in cui il non senso sembrava aver la meglio, hanno coinciso con lo spuntare di un timido germoglio che ha rimotivato la speranza di non poche generazioni di credenti. È compito della comunità cristiana leggere gli eventi non soltanto secondo una narrazione cronachistica e superficiale, ma alla luce della nostra fede nel Signore morto e risorto.

State attenti a voi stessi…

Difficilmente accoglie questa parola chi non è consapevole della propria personale fragilità e perciò presume di sé. Sta attento, vigila, chi sa che la sua è sempre una condizione a rischio, chi è consapevole che non scontata è la fede, come non scontata è la lucidità nel leggere situazioni ed eventi.

Questa parola di Gesù suona come un invito a riconoscere tutto ciò che, esercitando su di noi un fascino incantatore, finisce per sedurci e distoglierci da ciò che più dovrebbe canalizzare energie e motivazioni. Quante volte l’abitudine, la pigrizia, il non avere più qualcosa di sensato che orienti opere e giorni, diventa il sintomo di una morte lenta che viene molto prima della stessa morte fisica! Quante volte ci ammalia il mito dell’apparire! Quante volte l’effimero, l’inconsistente, l’interesse immediato, sono ciò su cui costruiamo legami! Quante volte altaleniamo tra una vita dissoluta e una vita affannata! Quante volte brancoliamo senza speranza, privi di fiducia in Dio!

L’antidoto a un simile stato di cose non è il tanto decantato “pensare positivo” (il pensare positivo, infatti, è come il coraggio di don Abbondio: “il coraggio, uno non se lo può dare”), quanto il levarsi e l’alzare il capo, vale a dire il non perdere di vista che il Signore mantiene la parola data e continua a rimanere fedele anche se questa fedeltà si esprime non sempre con la conferma delle nostre personali aspettative. È questo che permette di attraversare la prova con fedeltà e il dolore con pazienza.

Se imparo a vivere con attenzione, il mondo si popola di infinite presenze di Dio.

State attenti a voi stessi…

Attenzione a cosa? Attenzione a riconoscere e chiamare per nome ciò che appesantisce i nostri passi; attenzione a riconoscere e chiamare per nome ciò che distrae il nostro cuore e lo intorpidisce; attenzione a riconoscere e chiamare per nome ciò che offusca la nostra mente; attenzione a riconoscere e chiamare per nome ciò che distoglie da ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Per fare questo è necessario vegliare pregando. La vigilanza è impegno a non cadere nel sonno come forma di estraniazione dalla realtà. Chi di noi non conosce quanto il sonno sia pericoloso, soprattutto quando ti coglie in modo inatteso? Per questo risuona l’invito a non lasciarci cogliere di sorpresa.

Si vigila pregando, cioè non perdendo mai il contatto con il Signore e con la sua Parola. Quando questo accade, è possibile sperimentare la personale liberazione da tutte quelle espressioni di apprensione e di scoraggiamento che finiscono per raggelare ogni possibilità di bene. Vigila chi si sente responsabile di chi e di ciò che il Signore gli ha affidato.

Come vorrei che in questo Avvento che stiamo per iniziare, fossimo capaci di ciò che compì il profeta Geremia! In un tempo in cui la città era assediata e tutto lasciava presagire che per Gerusalemme non ci sarebbe stato scampo, il profeta osò acquistare un campo a testimonianza del fatto che chi sa varcare la porta della fede conoscerà ancora la possibilità di nuovi germogli nella sua vita. Non è forse ciò di cui più ha bisogno questo nostro momento storico? Quale campo io devo acquistare?

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