Perseverare – Mercoledì XXXIV del T.O.

perseveranzaL’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è agitarci.

A dircelo non è chissà quale neurologo di fiducia ma lo stesso Gesù il quale, a chi esaltava compiaciuto la bellezza e la ricchezza del tempio di Gerusalemme, dichiara che di tutto quello che stavano ammirando non sarebbe rimasto pietra su pietra. E non c’è da agitarsi di fronte all’annuncio della distruzione di una struttura religiosa che per Israele rappresentava ciò che costituiva l’identità del suo essere il popolo che Dio aveva scelto? Non c’è da agitarsi di fronte ad eventi (terremoti, carestie, guerre) che segnano inesorabilmente il corso della storia? Non c’è da agitarsi di fronte a relazioni che invece di essere aperte al riconoscimento e all’accoglienza diventano grembo di sfiducia e di tradimento?

No, sembra dire Gesù, non c’è da agitarsi.

È venuto il tempo, infatti, in cui Dio non abita più in un tempio fatto da mani d’uomo ma nel cuore e nella storia di ognuno di noi. Possono cadere tutte le strutture pure preposte ad essere segno di Dio in un certo tempo e in un certo luogo ma l’amicizia e il legame di Dio con l’umanità non viene meno. Il crollo di un tempio, di un mondo o di determinate relazioni segna, infatti, l’inizio di un mondo nuovo all’interno del quale per i cultori del nome di Dio sorgerà il sole di giustizia (Ml 3,20). Dunque: non state sulla difensiva, ci ammonisce il Signore Gesù. Caratteristica così tipica di questi giorni lo stare sulla difensiva. E si sa: lo stare sulla difensiva è l’atteggiamento che ci assale tutte le volte in cui sentiamo che qualcosa di noi non è al sicuro. Ma la domanda è d’obbligo: che cosa di noi non è al sicuro? E come mai non lo è? Solo per dei probabili attacchi esterni?

Non c’è da agitarsi, ripete Gesù. Neppure un capello del vostro capo perirà: bella l’immagine di un Dio che custodisce persino i nostri capelli.

Arriveranno guerre, ci saranno carestie… Avvenimenti che non hanno una data puntuale perché ricorrenti in ogni epoca storica. Attenti, ci ammonisce Gesù, a lasciarvi sballottare da quella retorica da fine del mondo, perché mentre cresce l’agitazione e l’angoscia, aumenta anche la rassegnazione e il disinteresse. Il rischio, infatti, è che col pretesto della fine, si viva una vita disimpegnata, vuota, senza storia. Ed è proprio l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.

Davanti a noi, ribadisce Gesù, non l’inizio della fine ma una nuova nascita che passa anche attraverso la fine di certe strutture e di certe realtà attraverso le quali pure Dio si è reso presente al suo popolo. Questo è tempo della fede operosa. È tempo per prendere distanza da una religione che paga delle sue liturgie non riesce più a vibrare per i drammi e le domande vere del proprio popolo.

È necessario che ciascuno di noi sia trovato intento alle opere della vita e dell’evangelo, capaci cioè di cura per tutto ciò che la vita ha affidato a noi, dalla famiglia alla comunità, dall’amicizia al lavoro, alla terra. Bando dunque tanto all’agitazione e all’angoscia come alla paralisi e alla dispersione.

Di fronte agli eventi, quali che siano, lieti o infausti, il credente prova a scrutare, a partire dalla parola evangelica e dalla testimonianza di tanti altri discepoli, il modo in cui il Signore si rende presente a questo nostro mondo in questo nostro tempo. Non converte nessuno assumere come ruolo quello di fare da cronisti del mondo contemporaneo come spettacolo della fine del mondo. Rivestire questo compito testimonia la paura non la fede. Chiamati, invece, a scrutare le albe incipienti, i germogli di una nuova possibilità ancora offerta da quel Dio che insonnemente veglia su questa nostra umanità e che, nonostante noi, spera ancora in qualcosa di buono anche da noi.

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