Senza potere – Cristo Re dell’universo

Lo abbiamo seguito lungo la via, facendoci compagni di cammino di quanti hanno avuto modo di incrociarne i passi. Quella strada ha misurato via via le diverse prospettive che andavano delineandosi: da una parte quella di Gesù che – per dirla con Lc 9,51 – indurisce il volto e cammina decisamente verso Gerusalemme, dall’altra quella di quanti avrebbero voluto conoscere finalmente un riscatto grazie a lui mediante la restaurazione di un regno secondo categorie mondane.

E tuttavia non avremmo mai immaginato che i nostri passi potessero arrestarsi d’un tratto solo perché il Maestro non aveva acconsentito all’uso della forza e della rivendicazione. Che delusione! E ci siamo ritrovati discepoli di un re prigioniero, alla stregua di un semplice governatore, un accusato sotto processo. Che ne sarà di noi? Noi speravamo… dovremo anche noi concludere amaramente come i due di Emmaus dopo quella solenne smentita?

Che senso ha non farsi valere se non altro per rivendicare una difesa? Che senso ha ammettere: tu lo dici: io sono re, quando tutto porta il segno inequivocabile della sconfitta? Eppure c’è qualcosa di strano in tutto ciò: i due momenti in cui non è fuorviante parlare di regno sono davanti a Pilato e sulle labbra del ladrone sulla croce.

Di fronte a noi oggi due diversi modi di intendere ed esercitare il potere: quello di Pilato che è un potere assicurato dalla forza e quello di Gesù che sta davanti alla morte senza scappatoie eppure senza maledire, potere assicurato solamente dalla forza del suo amore senza limiti. A tema, tra i due, proprio quella che secondo i capi dei sacerdoti sarebbe stato il motivo dell’accusa: l’essersi dichiarato re dei Giudei. Se non fosse per quella situazione drammatica l’accusa sarebbe davvero ridicola: un re da burla!

Più volte avevano cercato di farlo re perché aveva assicurato pane in abbondanza o perché aveva restituito qualcuno alla sua dignità. Ma lui era fuggito: sarebbe stata una regalità che traeva le sue origini dal bisogno degli uomini di avere uno a cui asservirsi. Lui invece non persegue mai una strada simile: la sua regalità non è da questo mondo, non sarà mai una regalità imposta perché non sposa i criteri del mondo e non ne segue la logica.

La sua è regalità a rovescio: non la pretesa ma il servizio. Davvero il re è nudo! Nudo perché spogliato di ogni prerogativa di potenza.

Io sto in mezzo a voi come colui che serve. Il suo trono non è in alto ma in basso, ai piedi di ogni uomo; il suo scettro un catino e una brocca. Ha rinunciato deliberatamente ai segni e all’esercizio del potere per avere, invece, il potere dei segni (don Tonino Bello). Lo stile relazionale introdotto dal maestro è quello in cui non ci sono servi ma amici (Gv 15,15).

È venuto per rendere testimonianza alla verità. Fino in fondo fedele alla missione di attestare da che parte sta Dio: non contro il potere ma senza potere. Mai in antitesi ma in alternativa. Questo lo stile assunto dal Signore, questo lo stile della comunità che vuole restare a lui fedele, lo stile di chi nutre la certezza che qualcosa può cambiare solo quando, per principio, non si fa ricorso alla forza. Lo stile di chi sa in partenza che la sua è una parola fragile e che la sua testimonianza non ha altra forza per imporsi se non se stessa e nondimeno resta fedele alla sua scelta di vita. Proprio come il maestro.

Non è chi non comprenda quale valenza possa avere per noi l’icona di Gesù davanti a Pilato in questi giorni in cui più forte avvertiamo la suggestione di ricorrere all’uso della forza ad ogni costo.

A una lettura superficiale a vincere è Pilato. Egli, infatti, crede di essere uomo costituito in autorità e in grado di esercitare un potere: tu non sai che ho il potere…? In realtà non ha alcun potere: è vittima di una convergenza di interessi e perciò non è libero di fare ciò che pensa e di dire ciò che crede. Quelle mani che ad un certo punto si lava sono mani legate. Pilato vede bene ma non è in grado di perseguire quel bene. A lui sta a cuore come salvarsi, non già la verità.

Per questo sono nato e per questo sono venuto. Ecco la consapevolezza di Gesù, della sua vita e della sua morte: volere che l’altro sia, fino a lasciarsi mettere a morte da lui. Io per che cosa sono nato? Per che cosa voglio spendere la mia vita?

A salvare un popolo, una comunità, una relazione, non è infatti l’imposizione o l’arroganza di chi pretende di avere l’ultima parola. Forse, la festa odierna dovrebbe affinare il nostro sguardo per arrivare a riconoscere che è solo l’umile potere della fede di tanti a nutrire la storia di eternità. Imparare a leggere la storia dall’altra-storia delle beatitudini, mettendo in luce i tanti gesti di bontà disinteressata di tanti sconosciuti che ritessono instancabilmente la trama dell’esistenza lacerata dalle forze di un potere che prevarica.

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