Preparare il cuore – XXXIII del T.O.

La scena si svolge in un contesto particolare. Verosimilmente Gesù e alcuni discepoli sono di fronte alla città santa. Questi sono ammirati del tempio e delle belle pietre che lo adornano. Gesù, invece, non tarda a metterli a parte di ciò che sta per accadere alla città e al tempio, come di ciò che sta per accadere a lui stesso. Non c’è nulla di eterno: né il tempio né la città santa né la sua persona fisica. Persino il sole e la luna che, dalla fondazione del mondo, presiedono ai ritmi del tempo hanno carattere di eternità. Ma allora cosa c’è in gioco veramente se persino il sole e la luna subiscono alterazioni e più non svolgono la loro funzioni di eterni luminari? Che cosa resta per sempre?

A una lettura superficiale, il brano di Mc che risuona oggi in questa Divina Liturgia, sembrerebbe la pièce di un film di fantascienza che descrive la fine del mondo e che, quasi, ingenera un senso di paura e di angoscia. Mc, però, non si attarda sulla fine ma sul fine della storia. La storia di ognuno di noi ha un suo approdo che non è la distruzione e la morte ma l’incontro con il Signore. Per questo non ha importanza il quando avverrà ma il come prepararsi e il che cosa fare in attesa di questo appuntamento; non conta il cosa accadrà ma il chi voglio essere adesso, chi sta vivendo la mia vita. Sta per venire il Signore: questo è il senso della vita. Non ti attardare a considerare le doglie: pensa piuttosto alla nascita!

Chi sa di essere fatto per un incontro non lo vive con l’ansia della scadenza ma con la gioia del compimento. Il tempo che lo separa da quell’evento è un tempo che quasi affretta e anticipa quella pienezza: tutto è pregustato in ordine a quell’evento. Il problema nasce quando, un po’ come la volpe con il piccolo principe, finiamo per agitarci perché Dio non viene sempre alla stessa ora e allo stesso modo. Infatti, la volpe fa notare: “Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore”. Si tratta proprio di imparare a preparare il cuore, che è forse l’arte più impegnativa per degli uomini come noi che, figli dell’efficienza tecnica, vorrebbero vedere, toccare, ottenere tutto qui e subito, con il minimo sforzo. Infatti, solo chi ha attenzione per le cose del cuore è in grado di giungere al cuore delle cose.

Per chi manca di un fine che va al di là di questa stessa vita, la fine dell’esistenza è la morte di ogni scopo e di ogni senso. Non così per chi sa che ogni cosa è incamminata verso l’eternità: tutto diventa caparra di quella esperienza definitiva. Il fine per il cristiano è il Padre, il quale non abbandonerà la nostra vita nel sepolcro. È a lui che siamo chiamati a rispondere della vita ricevuta senza che alcuno l’abbia chiesta.

Proprio la certezza della sua presenza è ciò che viene a dare ragione a tutti coloro che già qui, già ora hanno giocato la loro esistenza sulla solidità della parola che non passa.

È vero: nel tempo dato a ciascuno di noi, molte delle circostanze in cui ci si trova non sono dovute ad una nostra scelta personale ma a molteplici altri fattori sui quali, personalmente, non possiamo nulla. Tuttavia, il modo in cui vivere quelle circostanze, positive o negative, spetta a noi: siamo noi a scegliere in che modo vivere la qualità del nostro tempo. Il frangente, infatti, rivela lo spessore del proprio cuore che è sempre frutto di un cammino precedente. Solo chi ha smesso di pensare il mondo come funzionale al proprio narcisismo riesce a dare il giusto peso alle persone, a fare le scelte più opportune, a custodire i legami, ad aver cura di ciò e di chi gli è stato affidato, a mettere a frutto le proprie capacità e a profondere impegno in ogni cosa.

La speranza matura proprio quando il gioco delle possibilità umane sembrano ormai esaurite. Lì sì comprende che oltre gli avvenimenti segnati dal male e dalla morte c’è qualcuno nelle cui mani è la nostra vita.

Tutto passa, Dio solo resta con la sua parola che non viene mai meno.

Mentre ci viene annunciato di astri che cadono, ci sono nuove stelle che si accendono: “i saggi splenderanno come il firmamento…”. Possono anche crollare i nostri punti di riferimento, ma non vengano mai a mancarci queste presenze luminose, gli uomini che sanno sperare, quegli uomini che custodiscono nei loro occhi l’immagine della foglia primaverile del fico.