La totalità del dono – XXXII del T.O.

Erano gli ultimi giorni della sua presenza terrena, quelli che costituiranno la nostra settimana santa. Tensioni, discussioni, tranelli erano ormai all’ordine del giorno. Chissà quali pensieri affollavano il cuore del Signore proprio mentre la sua ora era ormai imminente!

Stava prendendo di mira scribi e farisei che avevano fatto della recita un vero e proprio sistema di vita, accecati com’erano dalla vanagloria, quando gli occhi di Gesù sono come attratti da una scena che sarebbe passata inosservata a chiunque: una vedova getta nel tesoro del tempio quanto aveva per vivere, la sua stessa vita. La scena ha qualcosa di contrastante: i ricchi gettano nel tesoro del tempio molte monete e il tintinnio è ben percepibile, ma gettano del superfluo, per contro, invece, due spiccioli di una vedova che di certo non attirano l’attenzione di nessuno. Dovrà essere Gesù a richiamare i discepoli presi da altre cose come sempre perché imparino a guardare ciò che abitualmente non balza all’occhio. È solo lo sguardo del Signore che può abilitarci ad andare oltre la superficialità e leggere il cuore che anima i gesti. Sì, perché la vita non fluisce da ciò che avanza (quod est super) ma da ciò che è essenziale (quod est supra). Cosa accade, infatti, in un rapporto, quando tu condividi solo ciò che ti avanza (il tempo ad esempio) e non ciò che ti appartiene e di cui scegli di fare dono?

Cosa c’è da notare nel gesto della donna? Per la sua condizione di vedova, ella apparteneva alla categoria di coloro che erano dispensati dal versare offerte per il tempio. E, invece, per quanto nell’indigenza, ella sente di avere ancora la capacità di privarsi di qualcosa a vantaggio di altri. Nessuno è così povero da non avere nulla da condividere e nessuno è così ricco da non aver bisogno del dono altrui. Nessuno diventa povero se si apre alla condivisione. Ben a ragione Francesco d’Assisi potrà ripetere che “è dando che si riceve”.

La vedova riesce a gettare nel tesoro del tempio tutto quanto aveva per vivere perché aveva già gettato tra le braccia del Padre la sua stessa sopravvivenza. Il suo non è anzitutto un gesto di carità ma di fede, quella che si nutre della certezza che la sua vicenda è cara agli occhi di Dio.

Gesù introduce una nuova unità di misura: la totalità. Finché trattieni qualcosa per te non hai mai conosciuto l’esperienza dell’amore vero.

Così, quella che agli occhi di tutti è una nullità (donna, vedova e, come se non bastasse, anche  povera) è una donna che non solo dona ma si dona, una donna che non ha fatto di se stessa il centro attorno a cui far ruotare tutto a differenza di scribi e farisei che pensavano di colmare la loro nudità con lunghe vesti e il vuoto del cuore con l’accaparramento di beni. Da non sottovalutare che l’offerta della vedova è per un mondo, rappresentato dal tempio, non all’altezza del compito per cui era stato pensato. Ancora più assurdo, perciò, fare dono di sé per una realtà morente. Una donna, quindi, non preoccupata del dopo, né del dopo della sua situazione né del dopo del suo gesto. Quante volte, infatti, una simile preoccupazione finisce per impedire il dono!

Di lì a poco sarà Gesù stesso a fare dono di tutta la sua vita per gente che non la riterrà degna di sé tanto da eliminarla. La vedova è figura di Gesù che consumerà se stesso per ciò che non è affatto amabile.

Ai discepoli di ieri e a quelli di sempre Gesù chiede di scegliere se perseguire una religiosità il cui centro è l’io e le sue voglie, una religiosità formale che non coinvolge la libertà e il cuore oppure quella che si esprime nel dono di sé, senza riserve. È l’ultima chiamata che Gesù rivolge prima di andarsene. Saranno capaci di apprendere l’insegnamento che viene dall’assurdità del dono della vedova come dall’assurdità del morire in croce del Maestro?

Non è questa l’ora in cui anche noi siamo chiamati a raccogliere il poco che siamo e il poco di cui disponiamo e non trasformarlo in garanzia di assicurazione per noi?