Senza utile – XXXII del T.O.

obolo-della-vedovaLo abbiamo accompagnato per diverse domeniche lungo la via, quella via nella quale si sono alternati i personaggi più vari con domande più o meno sincere. Ora il nostro itinerario volge al termine. E stranamente approda ad una esperienza che ha nulla di appariscente. La nostra attenzione, infatti, è richiamata da Gesù su una vedova perché apprendiamo, una volta di più, il suo modo di guardare le cose.

Già in passato, al profeta Samuele, il Signore aveva ricordato che Dio non guarda all’apparenza, Dio guarda al cuore (1Sam 16,7). Lezione mai compresa appieno.

Oggi veniamo condotti da Gesù alla scuola di una vedova perché comprendiamo che cos’è che fa un uomo. La vedova, infatti, è all’opposto di scribi e farisei. Per costoro a fare l’uomo è l’appartenenza ad una istituzione, è il grado, il rango, l’essere riconosciuti in una assemblea o ciò che si è conquistato sulla pelle altrui. Sono le lunghe vesti a fare l’onorabilità del prelato.

La vedova, per contro, attesta che a fare l’uomo è la capacità di dono pur nell’insignificanza dell’offerta. L’onorabilità, per la vedova, non consiste in un abito ma in un atteggiamento. Schivo, ma vero e totale è il gesto di questa donna non preoccupata di riconoscimenti. Nulla di rilevante nel suo gesto: tanto è vero che se non fosse stato Gesù a richiamare l’attenzione su di esso i discepoli avrebbero guardato altrove. Che bello pensare che ai suoi occhi non passano inosservati quei momenti in cui senza fare tanti conti in tasca ci lasciamo coinvolgere da una situazione, intraprendiamo passi inaspettati, siamo capaci di uno sguardo che neppure avremmo osato immaginare!

Certo, cosa sono in fondo due monete? Eppure quelle due monete sono il tutto di quella donna. La cosa paradossale è che quella donna doni quanto ha per vivere proprio a colui che sembra le abbia tolto ogni cosa.

Lei, a differenza di scribi e farisei non si accaparra nulla. Nulla trattiene per sé, neanche il necessario. Proprio come aveva fatto un’altra vedova con il profeta Elia: quella donna aveva rischiato la sua stessa possibilità di sopravvivere. Lei che agli occhi di un israelita era un’eretica perché pagana, fa capire che l’essere fuori dai confini del popolo eletto non le è di impedimento non solo per trovarsi essa stessa nel circuito della vita ma di essere lei apportatrice di salvezza per il profeta. Che ampiezza di vedute! L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore.

Vedove che non donano scampoli di avanzi ma che rinunciano a quanto potrebbe garantire una speranza di vita. Figura, quelle vedove, del Signore Gesù che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso.

Quello della vedova è il gesto di chi semplicemente dà, senza altro fine se non quello di esprimere una fiducia nella vita, nel Signore. Come a dire che nella vita ciò che conta è stare fuori dalla logica dell’utile. È quello che io definisco il cristianesimo della in-utilità, del senza utile. Certo, è una parola forte ma mi pare l’unica capace di esprimere una esistenza fortemente contrassegnata dall’amore.

È proprio dell’amore il senza utile: mai l’amore può diventare “utile”, oggetto di calcolo e di scambio, senza venire negato e distrutto. Lo sa bene chi conosce l’esperienza di una relazione. Il senza utile dice stretta connessione con il senza perché. Prova a spiegare, infatti, perché ami quella determinata persona…

Stare nella vita secondo lo stile del senza utile significa che non è possibile prevedere o calcolare a priori alcun ricavo, alcun guadagno. La versione positiva del senza utile è quella che Bonhoeffer chiamerà pro-esistenza, un esserci-per-l’altro. Semplicemente. Senza alcuno scopo.

Il senza utile è tipico del femminile: non a caso di lì a poco un’altra donna compirà sul corpo di Gesù un gesto d’amore, un atto gratuito, quello di versare dell’olio costoso. Azione questa che susciterà la reazione e la riprovazione di alcuni discepoli – il maschile – i quali in quel gesto coglieranno lo spreco, cioè l’in-utilità. La vedova si colloca al di là dei confini che la ragionevolezza umana reputa imprescindibili.

Lo riconosciamo: siamo figli non del cristianesimo senza utile, ma di quello forte, utile per acquisire potere, autorità, conferme, consensi. Eppure quello è il cristianesimo da cui Gesù ci mette in guardia: guardatevi dagli scribi…

Il gesto della vedova, purtroppo, non è rimasto nella nostra memoria e quella inutilità del suo gesto di amore è stata piuttosto relegata a qualche strano percorso spirituale, per altro più tipico delle donne. Eppure è su quella scena che Gesù attira l’attenzione: una donna, tradizionalmente tenuta lontana dalla gestione del potere religioso, politico, economico, dagli ambiti, cioè, dove maggiormente si misurano i risultati, i successi, i vantaggi, i profitti, ha saputo maggiormente sviluppare l’etica del dono, incomprensibile agli occhi di una logica utilitaristica. Una donna diventa modello di chi ha saputo indicare un cammino di vita non commisurato al potere acquisito ma all’amore donato.

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