Il prima e il dopo – Commemorazione fedeli defunti

Mai come in questo giorno tornano alla mente volti, nomi, ricordi. Ed è ben giusto che sia così. La nostra è una esistenza popolata di tante presenze che attestano il legame delle generazioni, che ricordano come nessuno di noi sia spuntato dal nulla o sia frutto solo di coincidenze fortuite. Quello che siamo, nel bene e nel male, lo dobbiamo proprio al modo in cui ci siamo interfacciati con la maggior parte di quelle persone che hanno popolato la nostra vita. Da esse abbiamo appreso a parlare, a scrivere, a saper fare questa o quella cosa; alcune di loro sono state decisive nella formazione del nostro carattere come circa l’orientamento da dare alla nostra vita. Alcune sono state importanti per quanto riguarda un certo nostro modo di leggere e vedere le cose. Altre, forse, ci hanno addirittura fatto del male condizionando non poco un certo nostro modo di essere e di operare. Ad altre, talvolta, noi stessi abbiamo fatto del male o abbiamo mancato di prestare loro la dovuta attenzione lasciandoci poi in un rimpianto che, forse, non siamo riusciti a superare.

Abbiamo bisogno di non perdere di vista il “prima” di ognuno di noi per aprirci alla riconoscenza e alla gratitudine o alla richiesta/offerta di perdono e di riconciliazione. E, tuttavia, proprio perché il nostro qui e ora non sia solo vissuto nella nostalgia o nel rimpianto, abbiamo bisogno di non perdere di vista il “dopo”. La nostalgia, infatti, rischia di fissare il rapporto con i nostri cari ad un tempo che fu e più non ritorna e ci impedisce di aprirci al modo nuovo in cui essi sono presenti e vivi nella nostra vita. Anche a noi l’angelo del Signore ripete le parole dette alle donne il mattino di Pasqua: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui”. Se continui a cercare nel passato non puoi accorgerti del nuovo modo in cui essi ci sono accanto.

Quando veniamo al mondo siamo come dei semi chiamati a portare a maturazione ciò per cui siamo stati pensati e voluti da Dio nostro Padre. Tuttavia, l’intera nostra esistenza non sarà sufficiente a far sbocciare la pienezza per cui siamo fatti: l’immagine e la somiglianza impresse in noi dal Creatore saranno pienamente compiute solo quando vedremo Dio faccia a faccia.

I limiti, le fragilità, il male, la nostra storia fatta di smacchi, di malattie, di ombre, di fallimenti impediscono di compierci “fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4, 13). Per quanto sappiamo di essere fatti per amare subiremo sempre il condizionamento  dello spazio e del tempo. Come il seme che è seminato nella terra conoscerà attraverso la sua morte il suo compimento, diventando ciò che doveva diventare, così la nostra morte sarà l’evento che ci permetterà di sprigionare ciò a cui siamo chiamati: essere per sempre con il signore. Per questo è necessario morire per nascere veramente.

I nostri cari che oggi ricordiamo nella preghiera, sono lì a rinverdire la nostra memoria indicandoci che il nostro orizzonte non è solo quello di condurre una esistenza più o meno serena e riuscita qui sulla terra. Ci attende altro: siamo fatti per Dio.

Avere una tale prospettiva davanti a noi o avere il baratro, il nulla non è la stessa cosa. Per questo noi non apparteniamo a coloro che vivono di rimpianto o di nostalgia; noi viviamo nell’attesa e, perciò, nella speranza di un abbraccio che sarà compimento di ogni nostro desiderio di pienezza e di maturità. Quando, come ci ricordavano le Beatitudini, scegliamo di vivere secondo lo stile del Figlio di Dio, altro non facciamo che immettere già qui, già ora una primizia di ciò che saremo per sempre. Per questo nulla è indifferente nelle nostre giornate: l’attenzione o il disinteresse, la cura o l’abbandono, la fiducia o la disistima, la passione o la disaffezione tradiscono il modo in cui noi concepiamo noi stessi e il nostro rapporto con gli altri e con il Signore. I nostri defunti già godono quello che noi ancora attendiamo e perciò prepariamo.

Proprio la prospettiva del “dopo” restituisce il vero senso ad ogni cosa, agli incontri, alle scelte, alla fedeltà, all’impegno. Se, stando a quello che la psicologia ci insegna, noi siamo fortemente condizionati dalle esperienze passate, la fede ci ricorda che ci plasma molto di più la prospettiva che abbiamo dinanzi. L’abbraccio o la solitudine, il compimento o la fine, la pienezza o la distruzione? Io cosa attendo, cosa preparo?

Noi siamo legati ai nostri defunti non soltanto da vincoli di affetto o di amicizia. A legarci è la stessa vita di grazia per cui tra noi e loro vige una vera e propria comunione. Tutti, infatti, formiamo l’unico Corpo di Cristo. Siamo sue membra e lo saremo per sempre: alcuni discepoli lo sono qui mentre sono pellegrini sulla terra, altri mentre si purificano ancora, altri già vedono Dio faccia a faccia.

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