La gratuità della liberazione – Lunedì XXX del T.O.

donna-ricurvaUna delle pagine più altamente rivelative del mistero di Dio, quella di cui ci fa dono la liturgia odierna: siamo nell’ordine del gratuito, nell’ordine di ciò che Dio è disposto a fare per noi prima ancora che noi siamo persino capaci di manifestarne il desiderio o la domanda. E ciò addirittura quando la religione proibirebbe un tale gesto: ci sono sei giorni… venite dunque in quelli…

Ma Dio non la pensa così perché è la perversione dell’uomo ad aver svuotato alla radice proprio ciò che si dice di voler celebrare. Il sabato che è per eccellenza il giorno in cui Israele è chiamato a far memoria della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, era stato svuotato della sua verità riducendo l’osservanza ad un precetto.

È solo il dono del Figlio, l’unico che conosce com’è il Padre, a manifestarci che cosa Dio desidera. Ed è per questo che abbiamo bisogno di convertirci continuamente a questa rivelazione: altrimenti anche noi diventiamo implacabili continuatori di un divino che è ambivalente, diventiamo gelosi custodi e difensori tenaci della sua indiscriminata potenza.

Paradossalmente Dio non è nell’osservanza del sabato, non è in una norma religiosa ma nell’accoglienza incondizionata del bisogno di compassione che l’uomo porta con sé.

Quella donna è figura di tutti quanti noi tenuti incatenati e ripiegati da tutta una serie di precetti e osservanze per nulla liberanti. Precetti e norme che invece di permetterci l’accesso a Dio ci allontanano sempre più dal suo vero volto rendendoci incapaci di riconoscere e accogliere i luoghi della sua manifestazione. Paradossalmente il gesto della liberazione dal male è ritenuto dal capo della sinagoga un’offesa a Dio.

Altrove nel vangelo è scritto di Gesù: una dottrina nuova, insegnata con autorità. La gente l’aveva intuito. La manifestazione della compassione di Dio è davvero singolare. È nei gesti della liberazione dal male che è dato riconoscere la firma di Dio. Non altrimenti. L’uomo che si lascia accogliere da questa compassione entra nello spazio di una nuova confidenza con Dio e su di essa fonda la propria speranza, aggredendo così il catechismo insinuante del serpente delle origini e di ogni suo discepolo. Con Gesù non è più possibile credere in un Dio che difende la propria signoria al prezzo della mortificazione dell’uomo.

Cosa fare allora? Entrare decisamente nel modo in cui Cristo guarda l’uomo. Ne troviamo espressione in quel vedere di Gesù la solitudine della donna ricurva, chiusa nel suo dramma, abbandonata al suo destino già da ben 18 anni. Non poche volte l’indifferenza altrui induce a rassegnarsi alla propria condizione. Non è neppure in grado di gridare il suo bisogno come altre donne hanno fatto. È lo sguardo di Gesù che la riscatta da quella condizione. Gesù si china su di lei, si mette cioè nella sua condizione e la restituisce alla sua integrità. Cosa sono le nostre relazioni se non un provare a metterci nei panni dell’altro, avvertirne la solitudine, l’angoscia e con uno sguardo, a volte, restituire la possibilità di sperare che è possibile stare nella vita non ripiegati?

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