Un cieco che vede meglio di ogni altro – XXX del T.O.

Il nostro cammino dietro il Signore Gesù incrocia un nome e una condizione: Bartimeo, cieco. E l’incontro è di quelli che segnano una sorta di spartiacque, come tanti nella nostra esistenza.

Immediatamente saremmo portati ad annoverarlo nella categoria dei miracoli operati da Gesù. Ma questa sarebbe una lettura parziale. In realtà si tratta di un vero e proprio cammino di fede: Bartimeo è figura di ogni discepolo chiamato a riconoscere e a stare a contatto con la propria cecità.

Una cecità già più volte riscontrata nei discepoli: dovuta al desiderio di primeggiare, alla chiusura nell’ostinazione delle proprie convinzioni, alla ristrettezza dei propri orizzonti tanto da divenire scrupolosi osservanti della legge abili nell’eludere il comandamento di Dio, una cecità dovuta ancora alla ricchezza che impedisce di riconoscere quanto il nostro cuore è vincolato.

E come se non bastasse “Bartimeo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare”.

Può sembrare una annotazione di poco conto quella della strada, ma la strada è figura della vita. Sulla strada la gente va imperterrita, procede incurante, non ha tempo, ha i suoi progetti, i suoi appuntamenti.

Al cieco non è concessa la strada, ma solo un piccolo spazio ai margini. Chi è ai margini della vita è ben giusto che stia ai margini della strada. Quella della marginalità è una condizione in cui è facile riconoscere persone e popoli interi.

Gli altri si muovono pieni di vita. Ma a te non è dato. Ormai la vita non ti offre più nulla.

Eppure – ed ecco il cammino della fede – Bartimeo pur riconoscendo quella sua condizione di cecità e di marginalità non vi si rassegna e perciò grida. Non si rassegna non solo alla sua condizione ma ancor più al fatto che la folla continui a procedere noncurante. E in questo caso persino la comunità dei discepoli può divenire ostacolo all’incontro degli uomini con il Signore. Bartimeo, cieco fisicamente, è l’unico che riesce a vedere. I discepoli stanno salendo con Gesù a Gerusalemme ma non riescono a cogliere cosa quel luogo significherà per lui; lo seguono ma non ne condividono la passione che gli abita il cuore; gli stanno dietro ma non sono affatto coinvolti nella sua vicenda.

Il cieco grida la sua disperazione e il suo desiderio di stare dalla parte della vita. Questo grido che dovrebbe essere accolto con gioia dai discepoli, è messo a tacere perchè non è contemplato, rientra nella categoria della scompostezza, del fuori coro, dove tutto è imprevisto, fuori dai canoni. E la vita non è forse un fuori programma continuo? La vita non è un rito. Noi non riusciamo più a cogliere le grida della vita perché si tratta di un gemito di cui abbiamo perso il codice interpretativo. Eppure pretendiamo ancora di annunciare la salvezza ai nostri fratelli.

È dietro l’angolo il rischio di riempirci la bocca del nome del Signore ma di non condividerne più gli orientamenti?

Bartimeo è l’unico che ha compreso da che parte sta Dio, quando è Dio. Egli non esita a sfidare quel modo comune di pensare che il Maestro non possa essere importunato dalla scompostezza del suo grido. Egli intuisce che Dio ha intenzione di prendersi cura anche di lui. Persino delle nostre scompostezze si prende cura. Perché Dio è così, e così soltanto. Guai a perdere il senso e la forza di questa singolare rivelazione che sorprese persino Giovanni il Battista: gli zoppi camminano e i ciechi vedono. Non c’è altro? Non c’è altro. Il luogo e l’esperienza in cui Dio si rivela è il gesto della liberazione dal male, è il gesto del prendersi cura di noi, di ciascuno di noi, con tutto quello che implica il prendersi cura.

È per questo che quando Bartimeo incrocia il passaggio di Gesù non esita a sbarazzarsi di tutto ciò che poteva disporre – il mantello – e comincia a seguire Gesù per la strada. Già, la strada: quella che per lui era una condizione subita ora diventa una condizione liberamente scelta per condividere la vicenda del suo Maestro.

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