Avere o essere? – XXVIII del T.O.

Avere beni, avere la vita, avere Dio, avere la vita stessa di Dio. Avere, soltanto avere, avere ancora, avere sempre. Un uomo ossessionato dall’avere o, meglio, dall’esser sicuro di avere. Vorrebbe possedere il segreto della felicità più che essere felice. Essere felice o avere la felicità? Ecco il problema.

Tanto è condizionato da questo bisogno spasmodico che corre, non perde tempo, si inginocchia, invoca, blandisce: “Maestro buono”. Ha un terribile senso di vuoto che non riesce a colmarlo con nulla. Immediatamente, sembra riconoscere a Gesù una superiorità da cui attende finalmente una risposta esaustiva e, tuttavia, è ancora vittima di un egoismo a cui persino Dio dovrebbe piegarsi. Sembra corretta nel suo incipit la sua richiesta – “Maestro buono” – ma Dio non è affatto presente nel suo interloquire: al centro c’è solo il suo ego smisurato. La ineccepibilità della formula tradisce il bisogno di carpire l’ultima grazia. Quando Gesù lo rimanda alla tavola delle relazioni, non tarda a riconoscere un pedigree ineccepibile fin dalla giovinezza.

E Gesù, dal canto suo, non tarda a correggere il tiro, quasi a volergli chiedere se si rende conto di quello che sta facendo e di cosa sta dicendo: “perché mi chiami buono?”. Quel tale, infatti, chiamandolo così, avrebbe voluto imbonirlo per ottenere ciò che desiderava, una sorta di captatio benevolentiae, come se la bontà di Dio si manifestasse solo a chi riuscirebbe a conquistarsela, come se fosse commisurata alla esattezza del rituale, alla ineccepibilità dei gesti e delle formule con cui chiedi di farne esperienza.

Per questo Gesù prosegue: sei preoccupato della tua santità personale, ma che posto occupano gli altri nella tua vita?

La risposta è subito pronta: è sempre stato fedele a ciò che la Legge chiedeva. Eppure, proprio le sue parole tradiscono una osservanza compiuta alla lettera, ma superficiale, incapace, cioè, di fargli assaporare l’amore vero. Le regole, infatti, sono il tracciato minimo per custodire la relazione: la legge non basta per dire di voler bene. Solo quando riesci ad andare oltre la legge, puoi dire di entrare nella dinamica dell’amore, quando cioè non ti chiedi fino a che punto e non oltre, quando non ti accontenti del minimo indispensabile, del sei meno meno della relazione.

“Fissatolo, lo amò”. Quando il discorso sembra arenarsi in un vicolo cieco, quando le parole non riescono più a educare, non resta che giocare d’anticipo con il linguaggio dell’amore, il solo capace di far capire che prima ancora di fare è necessario lasciar fare, prima ancora di agire è necessario essere. Tu vali per ciò che sei, anzitutto, prima ancora che per quello che riesci a compiere. E se il compiere non parte da ciò che sei, s’incrina alla prima delusione.

L’insoddisfazione che tu percepisci non la colmerai con una ennesima aggiunta, con una ulteriore cosa da fare così da tacitare la coscienza. Quel senso di vuoto è memoria che tu sei fatto per Dio e non c’è esperienza appagante che possa colmarla, né lo sballo di una sera, né l’amore di una stagione, né quello di una intera esistenza. Tu sei fatto per Dio! La tua insoddisfazione ha un nome e un volto: Dio. Non potrai sostituirlo con nessun altro. Il tuo naturale bisogno di compimento ha un solo approdo: il Signore. Perché mai avrebbe chiesto di non aver alcun Dio all’infuori di lui se non perché tutto ciò a cui cedi il suo posto finisce col lasciarti l’amaro in bocca e un terribile senso di vuoto?

“Va’, vendi…”: liberati da tutto ciò che ti soffoca, da tutto ciò che ti riempie il cuore ma non lo allieta, non lo appaga. Il primo passo del cammino che conduce alla pienezza della vita è la rinuncia a se stessi.

Accade l’imprevisto: la gratuità dell’amore finisce per intristire quell’uomo che pure sembrava essere preoccupato del sentiero che conduce alla vita vera, alla vita in pienezza. Di fronte alla richiesta di seguirlo se ne va, di fronte alla richiesta di liberarsi di ciò che lo soffoca si fa scuro nel volto. Non riesce a fidarsi di un altro: preferisce lasciarsi gestire da ciò che possiede o, meglio, da ciò che lo possiede. Non riesce a trovare fuori di sé le ragioni della sua felicità. Preferisce continuare a guardarsi allo specchio compiaciuto di sé, piuttosto che accettare la sfida di lasciarsi guardare.