Qualcos’altro – XXVIII del T.O.

giovane riccoNon gli sarà parso vero incrociare sulla sua strada il Maestro di Nazaret incamminato verso Gerusalemme. Mc annota che Gesù stava uscendo per mettersi in viaggio. Un viaggio con una meta ben precisa: fare dono della propria esistenza per amore dei fratelli.

L’uomo ricco intuisce che quella era davvero l’occasione della sua vita: capire finalmente cosa fare di più per essere rassicurato circa la possibilità di una vita non priva di senso. E infatti quell’uomo si affretta – provo a immaginarlo – impaziente com’era di consegnare la sua domanda a quel rabbi di Galilea. Gli si inginocchia addirittura davanti riconoscendo in lui non un uomo comune. Appare subito un uomo che ha bisogno di essere rassicurato, in cerca di conferme.

Che cosa devo fare? Non banale la domanda di quell’uomo: essa esprime un non sentirsi arrivato. Non gli basta vivere in un ben circoscritto perimetro etico. Questa insoddisfazione lascerebbe presagire la disponibilità ad accogliere ciò che il Signore proporrà. Quell’uomo intuisce che la vita avanza e progredisce grazie ad assenze che ci fanno vivere (Rilke). È vero: viviamo di assenze, grazie alle quali scopriamo una chiamata ad uscire da noi e a cercare altro, oltre quello che pure già abbiamo raggiunto.

Gesù, fissatolo, lo amò… nulla di nuovo accade per la mera osservanza di una legge; tutto accade quando l’incontro con l’altro diventa relazione nello sbilanciarsi dell’amore. Lo sguardo intenso e profondo di Gesù è ciò che potrebbe permettere alle loro due esistenze di diventare una sola. Non è forse vero che è l’eccedenza dell’amore che fa accadere la vita? Cosa sarebbe di noi se qualcuno della lunga catena di generazioni che ci precede non avesse accettato di sbilanciarsi e dare seguito ad un incontro?

Una cosa sola ti manca… immagino che cosa avrà attraversato il cuore dell’uomo in quell’istante. Si sarà detto: finalmente… ci siamo… L’attesa sembra sfociare in una intesa.

E invece… se ne tornò cupo in volto.

Ma che cosa non ha funzionato? Perché quella tristezza prima ancora che sul volto nel suo cuore? Cosa avevano di tanto strano le parole di Gesù da fargli compiere a ritroso un viaggio intrapreso con tanto entusiasmo?

Quell’uomo stava nella vita con profonde convinzioni e avrebbe voluto che la vita confermasse ulteriormente quei convincimenti. In fondo ciò che accade a quel tale è una vera e propria non adesione al reale, a come la vita lo interpella, non a quello che egli ha imparato della vita.

Quell’uomo stava nella vita da praticante ma non da credente. Credente è un participio presente, che attesta la fede che ho adesso non i miei atteggiamenti religiosi.

Quel tale chiedeva qualcosa di più, qualcosa da aggiungere al suo curriculum già abbondantemente farcito. E invece Gesù gli chiede qualcosa d’altro che destabilizza le sue convinzioni di bravo osservante.

A salvarlo non sarà l’ennesima obbedienza ad una norma: di leggi osservate era piena la sua vita eppure non gli restituiva pienezza di senso. Lo invita a non essere prigioniero delle sue sicurezze – fossero anche quelle religiose – e a provare a mettere i suoi passi non dietro le sue convinzioni ma dietro un altro: vieni e seguimi.

A salvarlo non sarà l’ulteriore opera compiuto ma un volto riconosciuto e accolto.

Davvero un invito alla libertà e alla spontaneità. Tu sei ciò che di te riesci a condividere, non ciò che finalmente riesci ad accumulare. Tu sei comunione di volti da te beneficati: questo è il senso della vita.

Non basta la fedeltà a dei doveri religiosi: è necessario un coinvolgimento personale nella vicenda di Gesù: seguimi.

E invece…

Quando un comportamento diligente si riduce a formalismo…

Quando non basta uno sguardo…

Quando qualcos’altro viene prima delle ragioni del cuore…

Quando l’entusiasmo ha il fiato corto…

Nulla è impossibile a Dio…

La prospettiva offerta da Gesù non è quella di un masochismo fine a se stesso. Dietro di lui, infatti, dare significa ricevere, perdersi significa trovarsi, rinunciare ai propri beni significa guadagnare la propria vita.

È nella nostra impossibilità che Dio agisce. Là dove noi siamo irrimediabilmente sconfitti lì Dio interviene e porta a pienezza le nostre esistenze.

Una cosa sola ti manca: sentiti responsabile della felicità altrui e Dio si fa garante della tua, per sempre

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