Lo sguardo nuovo – Sabato della XXVI del T.O.

piccoliTi rendo lode, Padre… Sono le parole che la pagina evangelica mette sulle labbra di Gesù, ma sono anche le parole che la liturgia vorrebbe porre sulle nostre labbra.

Alla scuola di Gesù, infatti, si apprende che cosa procura lo sguardo della fede: la capacità di andare oltre le apparenze per riconoscere anche nelle situazioni di fragilità e di limite, un Dio all’opera a prescindere dalle condizioni oggettive che possono venire a crearsi.

Alla sua scuola si impara a cogliere la bellezza della vita anche là dove essa sembra registrare soltanto deformazioni.

Alla scuola di Gesù si apprende che Dio si apre varchi in chi vive situazioni di marginalità e non cede alla tentazione di presumere di sé.

Alla scuola di Gesù scopriamo le sorprese di un Dio che non si sottomette alle regole ferree del potere o del sapere.

Paradossale l’immagine di Dio che sembra prendersi gioco di tutto ciò che l’intelligenza umana esalta: così hai deciso nella tua benevolenza. Quasi che Dio si diverta compiaciuto nell’intraprendere strade che non incrociano gesti e segni di forza, percorsi che sanno di accademia e non di vita reale. Racchiude un messaggio e una provocazione che ogni generazione di credenti è chiamata a declinare nel suo frangente storico.

Dio introduce una nuova unità di misura che va assunta per non passare la vita a dimenarsi in discettazioni che vorrebbero disporre direttamente della conoscenza di Dio: la piccolezza. Ecco la nuova unità di misura. Quando questa è disattesa è a rischio la possibilità di conoscere qualcosa di Dio.

Dio si è fatto debole forse anche per questo: perché nel cuore di ogni debolezza là dove un giorno saresti arrivato, tu trovassi il suo nome e il suo mistero. E dunque non scandalizzarti della tua debolezza. E non scandalizzarti della debolezza altrui.

Vuoi conoscere qualcosa del mistero di Dio? Comincia a stare con i poveri. Non ridurre Dio e le cose di Dio a discussioni da circoli: non ne vieni fuori. È roba per chi può concedersi il lusso del potere. Vuoi conoscere qualcosa del mistero di Dio? Comincia a restituire dignità e onore a quegli aspetti di te con cui più fai fatica a stare a contatto. È solo la consapevolezza della propria povertà che porta l’uomo ad accogliere con disponibilità il dono di Dio. Questo è il paradosso della nostra fede: che la salvezza possa venire proprio nel luogo della sconfitta. Cosa attesta, infatti, il mistero pasquale se non che la ferita è chiamata a diventare feritoia?

Alla scuola di Gesù impariamo che essere umili, avere il giusto sentire di sé, è condizione indispensabile per l’opera del Signore. Umiltà: riconoscere che da soli non si sta in piedi. Umiltà, cioè senza arroganza. Fai una promessa e sperimenti di non mantenerla. La rifai e sbatti il naso molteplici volte almeno fino a quando prendi coscienza di essere davvero poca cosa. È sempre così: solo la consapevolezza della tua inadeguatezza è la condizione ideale per compiere l’opera di Dio. Questo è vero per il singolo discepolo ma lo è altrettanto per la comunità cristiana.

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