Non è bene che l’uomo sia solo – XXVII del T.O.

La liturgia della Parola di questa domenica ci consegna delle pagine stupende che ci ridicono qual è il sogno di Dio sull’umanità. Troviamo anzitutto un Gesù che si sente a disagio nei cavilli della legge, un Gesù che non riesce a respirare dentro la durezza del cuore e in quella della legge. E’ come se sentisse la mancanza di ossigeno e perciò sente il bisogno di farci respirare l’aria delle origini: “Ma all’inizio non fu così…”.

Il progetto degli inizi era diverso. Era un progetto contro la solitudine. Quanto è illuminante la parola che troviamo all’inizio della storia dell’umanità: “Non è bene che l’uomo sia solo!”. A Dio sta a cuore che nessuno si senta soffocare dalla solitudine. E il libro della Genesi ci riannuncia che la solitudine non può essere colmata dalle cose o dagli animali. Adamo cerca e non trova, ci dice la Genesi. Sembrerà paradossale ma la solitudine dell’uomo non è colmata neppure da Dio. Adamo non era solo: aveva Dio. Dio scendeva a passeggiare con lui a sera nella brezza del tramonto. Ma neppure Dio basta! Né l’Eden né Dio riescono a colmare le profondità del cuore di Adamo. Ecco perché Dio è contro la solitudine. Dio all’uomo ha chiesto di non avere altri dei all’infuori di lui, ma non ha mai chiesto di non avere altro amore all’infuori di lui. Perché senza amore perfino il paradiso perde la sua attrattiva, diventa un torpore perenne.

E’ interessante quello che abbiamo ascoltato. Noi abbiamo tradotto: “Il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo…”. In realtà la Genesi direbbe diversamente: “Dio mandò un’estasi su Adamo”, non un sonno. E’ dall’estasi che nasce Eva come soggetto e oggetto di amore. La coppia è figlia dell’estasi, cioè figlia della capacità di uscire da sé. Jahvè non rivendica l’esclusiva per sé. Ecco l’umiltà di Dio! All’uomo, infatti, chiederà: “Amerai Dio con tutto il cuore” e non già “Amerai solamente Dio”. Perché totalità non significa esclusività.

Sappiamo, inoltre, che l’espressione: “Gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”, andrebbe meglio tradotta con: “Voglio dargli un aiuto di fronte/contro”. Come a dire che l’altro ti è di aiuto, ma resta altro, con la sua individualità, con la sua irriducibile diversità. Non è possibile omologarlo.

E venendo al brano evangelico Gesù ci annuncia che la legge del ripudio fu data per la durezza del cuore e non per un disegno di Dio. Gesù ci dice che durezza del cuore e sogno di Dio confliggono. In principio non era così. E allora siamo chiamati a tornare al principio, al sogno secondo il quale l’amore è per sempre. Ma noi, questo per sempre, l’abbiamo ridotto a norma, a precetto. Quante volte la stessa fedeltà nei confronti dell’altro l’abbiamo ridotta a non tradire l’altro. Fedeltà, invece, è investimento di fiducia nell’altro, è passione per l’altro, è scommessa sull’altro. E’ solo se ogni giorno siamo in grado di rimisurarci col sogno di Dio che possiamo tenere desta la vita in noi. Forse davvero più che giurarci di amarci per sempre o prometterci di stare insieme per sempre, dovremmo piuttosto impegnarci a tenere per sempre vivo l’amore. Solo questo, infatti, è garanzia di crescita.

Occorre perciò un cuore nuovo, come quello dei bambini che vengono condotti a Gesù. Il bambino è colui che esprime fragilità e fiducia: sente di aver bisogno e sa di potersi fidare. Senso di povertà e senso di fiducia sono le condizioni indispensabili per salvaguardare la promessa scambiata un giorno di amarsi per sempre.

E’ importante sentirsi mancanti, avere il cuore ferito, riconoscere di essere strutturalmente poveri per poter capire meglio il mistero della persona che hai scelto di amare e per essere capaci, comprendendo i suoi limiti, di perdonare.

Se il cuore non è povero come quello di un fanciullo, la tentazione dell’autosufficienza e dell’arroganza è la necessaria via d’uscita. Incapaci di amare, si è riconsegnati alla nostra radicale solitudine, anche se questa può essere mascherata da altre esperienze sentimentali.

Al senso di povertà va associata come condizione indispensabile la fiducia, intesa come capacità di sperare e di scommettere sul futuro. Una fiducia che radica nella certezza di un Dio che continuamente riannuncia il suo sogno e continuamente riassicura la sua misericordia, nonostante i miei fallimenti e tradimenti. E allora nel conflitto tra il sogno di Dio e la durezza del tuo cuore, il tuo compito non è abbassare gli obiettivi perché non riesci a raggiungerli, non è diminuire gli ideali, ma allentare la stretta del tuo cuore.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    Sei il numero, fratello!

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