Oltre l’esclusiva – XXVI domenica del T.O.

Mentre si fa sempre più affrettato il cammino di Gesù verso l’ora del compimento a Gerusalemme, altrettanto più vivo è il suo desiderio che i discepoli non conoscano inciampi lungo la strada della loro sequela. Tanti, infatti, sono gli ostacoli che spesso rallentano il passo, facendo perdere di vista il senso dello star dietro il Signore e finendo per assolutizzare cose che invece sono da recidere alla radice perché nulla hanno a che spartire con il Vangelo.

Dopo quella del potere e del primato (cfr. domenica scorsa), ecco la sindrome dell’esclusiva e del privilegio. Chi non gode nel poter mettere la sua firma in qualcosa che potrebbe restituire riconoscimento e lustro? Chi si candida volentieri a fare qualcosa per il solo gusto di farla, scegliendo di restare defilato o addirittura nell’anonimato? Quante volte abbiamo mollato un impegno solo perché il nostro nome non figurava in prim’ordine nell’elenco dei ringraziamenti? Chi non ha disprezzato almeno una volta l’operato di un altro, solo perché non portava il nostro nome?

In guardia dalla sindrome dell’esclusiva, perciò, così da divenire capaci di gioire del bene che fiorisce oltre i nostri recinti.

Torna ancora una volta il tema del potere: dei veri e propri impenitenti i discepoli di allora e quelli di ogni tempo, i quali non tollerano che qualcuno fuori dalla loro cerchia possa compiere ciò che sembra essere una loro prerogativa esclusiva. La reazione è ancora più accesa quando la cosa funziona, quando gli altri sono capaci di fare certe cose almeno come noi se non addirittura meglio di noi. Faticano a comprendere, i discepoli di sempre, che il bene non è tale quando la fonte è riconosciuta ed apprezzata e, guarda caso, coincide con la nostra: il bene è bene, se la sorgente da cui promana è integra. Bonum ex integra causa.

Ci attraversa tutti la tentazione di esibire patenti come la tentazione di vivere la vita secondo una questione di etichette, la tentazione di erigere muri di separazione come quella di esigere trattamenti di riguardo.

Nessuno di noi cede volentieri il suo diritto di primogenitura. Quando questo attraversa il nostro cuore, il cammino dietro il Signore ne risente terribilmente finendo per stabilire da noi i criteri del dentro e del fuori, del per noi e del contro di noi.

Invece, ripete Gesù, guai a voler mortificare l’azione di Dio circoscrivendola entro confini e appartenenze stabilite da noi. Dio è non poche volte oltre il percorso prestabilito, Dio non si muove in riserve di caccia né accetta che lo si vincoli a itinerari programmati da noi. In guardia, perciò, dalle forme in cui si declina una sorta di integralismo che esclude.

Ai discepoli di sempre è richiesta la fermezza non nel tenere alla larga o allontanare chi immediatamente non si riconosce attorno a noi, ma nel recidere il male oscuro che abita nel nostro cuore. L’ostacolo è dentro di me, non anzitutto fuori di me.

Accade sovente, infatti, di tenere insieme un percorso di sequela e una vita fatta di banalità che finiscono per ottundere il cuore, giustificando tutto sotto la convinzione che non ci sia nulla di male. C’è qualcosa che inciampa il nostro incedere mentre ci concediamo larghi sconti nel nostro stile di vita, nel nostro modo di pensare. Suonano forti le parole del vangelo: Togli! Taglia! E il togliere, si sa, richiede un gesto deciso, non certo accomodante.

Certo, il linguaggio usato da Gesù è un linguaggio figurato. Ma cosa vorrebbe esprimere?

L’occhio che non sa più riconoscere e gioire del bene, è un occhio che non ti aiuta più a riconoscere la presenza di Dio nelle pieghe della storia. Quest’occhio è da togliere!

La mano usata soltanto per prendere e per accreditarsi garanzie, è una mano divenuta incapace di condividere. Questa mano è da togliere!

Il piede che sovente arretra o si arresta sulle sue posizioni, è un piede incapace di frequentare i sentieri verso i quali lo Spirito lo conduce. Questo piede è da tagliare!

Il cuore che difficilmente si mette in gioco e, se lo fa, lo fa comunque con riserva, è un cuore che non è disposto ad affidare al Signore l’orientamento della propria storia. Questo cuore è da togliere!

Perché tutto questo possa accadere non basta agire solo su alcuni atteggiamenti esteriori (quella che altre volte abbiamo definito “evangelizzazione dei comportamenti”). È necessario evangelizzare il profondo, permettere, cioè, che il mio cuore sia plasmato sulla misura del cuore di Cristo. Se questo non accade, il recidere che pure possiamo mettere in atto, è solo un’operazione estetica, peraltro non delle migliori.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.