Farsi piccoli – Lunedì XXVI del T.O.

bambino

Dei veri irriducibili i discepoli, sempre pronti a stabilire graduatorie, primati, posti di onore e, per giunta, nei momenti più impensati. Lc dirà che Gesù aveva appena parlato del suo andare a Gerusalemme e lì essere riprovato dal potere costituito ed essi non trovano di meglio che ritrovarsi a discutere chi di loro fosse più grande. Accadrà di nuovo, anche durante l’ultima cena.

Per fortuna gli evangelisti non hanno censurato pagine come questa che tradiscono tutta l’umana fragilità di chi dovrà prendersi carico dell’annunzio del vangelo fino agli estremi confini della terra e nondimeno fa i conti con il proprio spirito arrivista.

Eppure, il Maestro non recede. Di nuovo un gesto di tenerezza ben espresso in quel chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo… Nonostante abbiano manie di grandezza e di privilegi non li ha ripudiati ma si è messo al loro livello per introdurli in una diversa comprensione delle cose, provando così a fugare la paura dal loro cuore. È il loro cuore, infatti, che indurito respinge il fatto che possa avere un senso il soffrire e il dare.

Chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo penso sia il gesto che più il Signore continua a ripetere da duemila anni a questa parte, quello di invitarci a non distogliere lo sguardo dal bambino, dal piccolo senza diritti, dall’ultimo nella scala del potere. Il bambino era colui del quale il padre aveva diritto di vita e di morte fino ai dodici anni. È il bambino quello con cui ogni generazione di discepoli è chiamata ad identificarsi. Con il senza potere. Dio ha scelto quel posto: a disposizione (facendosi servo) e facendo spazio agli altri (accogliere i piccoli). Capovolto il nostro Dio, capovolta la comunità cristiana. Beato chi sarà in grado di riconoscerlo e di accoglierlo senza patirne scandalo.

Il vangelo manifesta una predilezione evidente per tutto ciò che è piccolo. Come ignorare l’amore di Gesù per le creature fragili, per gli inizi incerti eppure tenaci, per il segreto di vita e di futuro che le piccole cose custodiscono? Il bambino, il povero, il piccolo seme, il granello di senapa sono sempre sotto uno sguardo di benedizione  che riesce ad intravvedere, proprio dietro un’apparente insignificanza, delle virtualità segrete e promettenti.

Il vangelo non restituisce mai un tratto di vergogna per la misura della piccolezza quando questa si manifesta o sul piano della quantità o sul piano dell’efficienza.

Le nostre proiezioni ci hanno sempre spinto a pensare Dio come al di là della misura più grande. E invece Dio si mostra da sempre “convertito” al fascino della piccolezza. Addirittura si svuota.

“Nulla dell’Altissimo può essere conosciuto se non attraverso l’Infinitamente Piccolo, attraverso questo Dio ad altezza di bambino, questo Dio raso terra dei primi ruzzoloni, il naso nell’erba” (C. Bobin).

Nulla di Dio può essere conosciuto se non attraverso quel curvarsi di Gesù sui piedi dei discepoli per lavarli come fosse uno schiavo. In questo modo Dio viene a sentire come parte di sé tutti i piccoli della terra: i bambini, i malati, gli emarginati, gli impuri come i pubblicani, gli eretici come i samaritani, i senza patria, i senza nome, i senza voce.

Che senso può avere, ad esempio, accogliere l’invito a perseguire l’evangelica via della piccolezza in contesti dove la proposta per essere à la page è di tutt’altro genere?

Parlare di via evangelica della piccolezza significa che il riferimento immediato è lo stile di vita fatto sua dal Signore Gesù. È la via dalla quale non si è mai allontanato, fino alla fine, dal suo nascere al suo operare al suo morire. Certo, restiamo stupiti di una tale rivelazione ma – dobbiamo riconoscerlo – non poco scandalizzati.

I “piccoli”, così come sono presentati dal Vangelo non sono tanto una categoria anagrafica o sociale, ma la meta di un itinerario, il punto di arrivo di un processo di maturazione. Non a caso in Mt 18,3 Gesù parla della necessità di diventare piccoli e perciò di un vero e proprio processo di conversione perché questo accada.

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