In guardia dal restringimento – XXVI del T.O.

Mi infonde un grande senso di fiducia – segno che continuamente Dio provvede all’uomo il cibo necessario – ritrovare pagine della Scrittura che sembrano fatte apposta per la situazione che stiamo attraversando non solo in ambito ecclesiale ma anche su scala mondiale.

In guardia dal restringimento. Così potremmo riassumere il ricco messaggio della Parola di questa domenica. In guardia, cioè, da tutto ciò che restringe la visione e riduce gli orizzonti. Lo Spirito Santo non tollera vincoli, non ha dei percorsi prestabiliti. Lo Spirito soffia dove vuole e non si lascia certo fermare né da porte chiuse né da fattori istituzionali. Lo Spirito è all’opera anche nei contesti più impensati e la sua voce può risuonare anche da parte di chi non presume affatto di parlare in suo nome.

Come si respira a sentire le parole di Gesù: non glielo impedite…! Che boccata di ossigeno! Non sono certo asfittiche le sue parole! Lo erano senz’altro quelle di Giovanni: non era dei nostri. Il testo originale dice qualcosa di più: non seguiva noi. Giovanni ha travisato tutto. Gesù non aveva, forse, detto un giorno: Seguimi, cioè segui me? Si diventa asfittici quando si travisa.

Non era dei nostri. Noi portiamo come innato il bisogno di stabilire dei confini entro i quali sentirci oltre che rassicurati, riconosciuti. L’oltre il confine, il fuori, a volte ci affascina, ci attrae ma nello stesso tempo suscita paura, angoscia. Il confine, infatti, ha una duplice valenza: circoscrive ed apre, rassicura e inquieta.

Al di qua di esso riconosciamo qualcosa di familiare entro il quale l’uomo sa come muoversi. Proprio l’esperienza del limite, del confine, infatti, permette di avere dei riferimenti precisi a partire dai quali orientarsi.

Al di là c’è l’indeterminato, il non familiare che fa sorgere domande.

Al di qua c’è il vivere guidati da un sapere consolidato dall’esperienza del passato e che rappresenta la nostra chiave di lettura della realtà. Non è un caso, mi pare, che quando la comunità si sente assediata dal nuovo vengono sempre offerti modelli di un passato idealizzato e reso sacro. Non è un caso che, proprio oggi, si faccia un gran parlare di tradizione, di valori condivisi, di religione civile. Non è neppure un caso che il linguaggio sia sempre e solo di tipo moralistico. La tentazione è quella di esasperare l’identità e l’appartenenza per difendersi da ciò che non si conosce.

Al di là c’è un vivere segnato da tutta una serie di accadimenti che irrompono sul tessuto ordinario della nostra esistenza tanto da scombussolare tutto ciò che finora avevamo costruito. Quanto mi è cara quella espressione di don Tonino Bello: “Non può recare liete notizie chi non viene dal futuro”.

Come stare da credenti in una simile situazione?

Anzitutto riconoscendo che Dio è sempre oltre i confini del noto. “Sarò che sarò è il suo nome: un divino in continua tensione verso il futuro” (cfr. Moni Ovaia su l’Unità). Egli è il vivente e non può essere relegato soltanto in una storia da raccontare. Egli cammina davanti al suo popolo. Certo, i cambiamenti suscitano disorientamento e spaesamento, ma l’invito è quello di entrare in territori nuovi, di inoltrarsi per strade sconosciute, di riorganizzare un nuovo senso delle cose, di guardare al domani con occhi fiduciosi. Dio è davanti, non dietro! E non intendo dire che il passato sia da buttare ma: attenzione a non farlo diventare un impedimento a riconoscere la novità con cui Dio ci sta visitando!

Non era dei nostri, vale a dire “non rientrava nelle nostre categorie di pensiero”. E se, invece, fosse dei Suoi, senza necessariamente essere dei nostri?

Chi non è contro di noi è per noi. Chissà perché noi conosciamo questa espressione solo in forma capovolta: chi non è con noi è contro di noi!? Gesù non restringe, continuamente allarga per farci comprendere che il bene è bene da qualsiasi parte venga. Gli altri – ammonisce Gesù – non sono anzitutto il nemico da combattere ma il fratello con cui condividere. Anzitutto questo. È l’invito a non restringere le possibilità dell’azione di Dio e del suo Spirito entro gli ambiti riconosciuti come istituzionalmente legittimi (il “noi”). Non impoverire Dio, asserisce Gesù. Non ridurlo ad una questione di numeri, di confini, di appartenenze: Chiunque pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga è bene accetto a Dio.

La comunità cristiana – se vuole rimanere fedele al suo Signore e Maestro – non può stare nel mondo con un atteggiamento prevenuto, ma è chiamata a riconoscere e a promuovere ciò che di evangelico riscontra fuori dalla sua tenda.

Allarghiamo perciò lo spazio della nostra tenda! (Is 54,2).

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