Il tempo benedetto – Esequie Ginetta Vecchione in Aprea

Ieri pomeriggio, verso le ore 15, il Signore ha ripetuto a Ginetta le parole che il vangelo riporta a proposito del servo trovato fedele: “Vieni, serva buona e fedele, entra nella gioia del tuo Signore”.

La pasqua di Ginetta si è compiuta dopo una lunga settimana di passione durata più di un mese e mezzo. Poco più di un mese, infatti, fa le avevo amministrato i sacramenti pensando che da un momento all’altro ella potesse lasciarci. Poi però, per quanto in uno stato di incoscienza, sembrava dare qualche timido cenno di presenza fino alle notizie di questi giorni che non lasciavano sperare più nulla quanto alla sua ripresa.

La passione educativa è stata ciò che ha caratterizzato la vita di questa donna dal volto sereno e luminoso. L’ha esercitata nell’ambito scolastico come insegnante di lettere e l’ha vissuta altresì in ambito parrocchiale accompagnando i ragazzi verso le varie tappe dei sacramenti. Ci mancherà il suo sorriso nella sala Bertazzoni dove, come una sorta di re Artù rivisitato, amava intrattenere i suoi ragazzi attorno al tavolo ovale. In tutti gli ambiti in cui è stata chiamata a vivere la sua vocazione, Ginetta è stata trovata presente e puntuale, fattivamente coinvolta: come moglie fedele sempre accanto al suo Lello, come madre premurosa per Alessandro e Dario, come docente appassionata e come catechista convinta e responsabile.

La Parola di Dio non è mai casuale: il Signore sempre provvede il cibo a tempo opportuno. Per questo ho voluto che a fare da viatico in questa nostra celebrazione fossero proprio le letture di questo venerdì della XXV settimana del T.O.

Presi per mano da Qoelet, ci viene annunciato che c’è un disegno sapiente di Dio che si dispiega nella varietà dei tempi. A noi che siamo presi dall’ansia di pianificare e programmare ogni cosa, viene svelato che le cose più significative sono proprio quelle che accadono senza alcun preavviso e che nondimeno possono essere affrontate pienamente, se siamo attraversati dalla consapevolezza che in ogni istante si gioca il tutto della nostra esistenza. Nessun tempo è da eliminare, tutti vanno attraversati, persino quelli della nostra personale sofferenza: noi crediamo che la vita vera sgorghi proprio dal paradosso della sua negazione. Non esistono, perciò, momenti banali e quelli più importanti (la nascita, la morte, l’innamorarsi, il restare soli, il vivere in salute o l’attraversare una malattia) acquistano il loro vero significato solo nell’attenzione riservata ai tempi che noi considereremmo secondari o addirittura tempi morti. I corsi e ricorsi storici non appartengono alla prospettiva cristiana: i credenti, infatti, hanno una diversa concezione del tempo, incamminati come sono verso un compimento che è dato dall’incontro con il Signore. La sapienza, ossia, ciò che permette di assaporare le cose, risiede tutta nel trasformare la cronaca in storia, le circostanze in opportunità, gli incontri in relazioni.

Anche Gesù ha vissuto il suo rapporto con il tempo come un graduale incamminarsi verso quel momento in cui inverare tutto il prima della sua esistenza. Quando giungerà la sua ora, infatti, questa non lo coglierà impreparato proprio perché in ogni istante non ha mai smarrito la consapevolezza di essere chiamato ad esprimere pienamente se stesso nel dono della sua stessa vita.

Ma voi chi dite che io sia?

A sentire certi nostri discorsi pare siamo convinti di sapere chi sia davvero il Signore Gesù. Le nostre sono risposte esatte ma non sempre vere. A verificarne la verità, infatti, è la concretezza dei miei gesti, soprattutto laddove mi misuro con esperienze drammatiche, laceranti, contraddittorie. Sappiamo bene cosa accadrà a Pietro quando nei giorni della passione – i giorni della sofferenza più acuta – tutto gli crollerà addosso perché resterà scandalizzato dalla debolezza di Dio e scoprirà un aspetto di fragilità di se stesso che egli non pensava di avere.

Gesù invita i suoi a compiere un passaggio affatto scontato: dalla meraviglia per le opere da lui compiute, all’accoglienza della sua persona così come va manifestandosi.  Per questo pone la questione di fiducia chiedendo ai discepoli di manifestare i propri sentimenti. È come se volesse una conferma: ma voi, mi volete bene? Cosa ho a che fare con la vostra vita? Mi vuoi bene quando la mia vicenda sembra smentire le tue aspettative? La vita cristiana, infatti, non è una teoria su Dio ma una relazione di amicizia con lui, quella che Ginetta ha vissuto fino in fondo.

Questa pagina è una pagina di vera e propria crisi vocazionale. Nessuna garanzia di successo o il raggiungimento di chissà quali traguardi. Accettare di perdere: ecco ciò che viene proposto. Il soffrire molto, infatti, ha a che fare strettamente con l’amare molto. Chi molto ama, molto soffre. E a tutta prima sembra essere un perdente.

Nessuna prospettiva dolorista: ma quando scegli di stare nella vita secondo il registro dell’amore, questo è strettamente imparentato con il soffrire. Per questo la croce non va maledetta ma accolta.

Lc 9,45 annoterà: essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Chiediamo al Signore che, pur non capendo tante cose, la nostra fede non venga meno.