Non c’è amore senza consegna – XXV del T.O.

Un vero e proprio abisso separa il Signore dai suoi: pur percorrendo la medesima strada, i pensieri sono quanto mai divergenti. Mc sembra mettere in guardia da un condividere spazi e momenti con il Signore senza fare nostro il suo modo di vedere le cose: è possibile, infatti, credere di essere con lui e coltivare nel cuore altri pensieri e nella vita altre logiche. Paradossalmente, però, pur trovandosi con uomini che faticano a mettersi sulla sua lunghezza d’onda, Gesù non recede dall’incamminarsi verso quell’esperienza che sancirà il dono della sua vita anche per loro.

Ciò che abita il cuore di Gesù è la consapevolezza di ciò che lo attende e per questo mette a parte di una simile prospettiva chi ha deciso di stargli dietro.

Cos’è che in realtà sta dicendo? Che non c’è amore se non c’è consegna, non c’è vita se non c’è dono. E la consegna non dipende mai da chi hai davanti a te, se cioè ne valga o meno la pena, ma dal tuo non voler venir meno al sentimento che dici di provare per l’altro. Il seme che cade nella terra non sa che cosa accadrà della sua scomparsa nella terra, ma per essere ciò per cui è stato voluto, non può non attraversare il percorso del marcire.

Prima ancora che un modo di morire Gesù ha scelto un modo di vivere. La croce che si profila all’orizzonte non sarà il motivo ma l’occasione per inverare quello che già prima il Signore ha scelto di vivere.

Noi siamo stati pensati a immagine e somiglianza di una relazione, quella tra il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, all’interno della quale nulla è trattenuto per sé, anzi, la stessa identità è data dalla presenza dell’altro: c’è un Padre perché c’è un Figlio e viceversa. Per questo, solo nella misura in cui divento dono, realizzo ciò per cui sono stato pensato e voluto e solo in questo modo viene recuperata l’alleanza interrotta nel giardino di Eden.

I discepoli – e noi con loro – faticano a comprendere: noi volentieri ci consegniamo se e quando ci sono braccia disposte ad accoglierci, altrimenti non tardiamo a vivere una sorta di part-time dell’affidamento tanto da interromperlo fino a mettere in discussione l’amore che pure un tempo ci si era dichiarati.

Perché è necessario attraversare la strettoia della croce? Perché solo il non trattenersi nell’offerta porta a compimento ciò che io sono. Perché noi celebriamo il sacramento dell’amore nuziale e qualsiasi altra forma di consacrazione nell’Eucaristia se non per attingere dal modo di amare del Signore quella forza che non sentirei spontanea se contassi solo sulle mie energie? È solo la presenza del Signore a rinnovare quella capacità di amare che altrimenti non sentirei più mia: è la sua consegna a sostenere e a motivare la nostra.

A ragione Padre Pio amava ripetere: “Tutti vengo­no qua per farsi togliere la croce, nessuno per im­parare a portarla”.

I discepoli, però, non solo faticano a comprendere ma, bloccati come sono dalla paura di mostrarsi nella loro fragilità, non riescono neppure a chiedere spiegazioni. Proprio questa difficoltà finisce per convincerli di essere sulla strada giusta e perciò continuare imperterriti nelle loro convinzioni.

Come se non bastasse, al Maestro che è sintonizzato sulla lunghezza d’onda del dono di sé, fa riscontro il loro atteggiamento che, invece, persegue la logica del disporre dell’esistenza altrui. Che fallimento, verrebbe da esclamare! Eppure, proprio in questa esperienza di incomprensione, si dispiega lo stile del Signore che accetta di morire già ora al suo desiderio di vedere che ciò che annuncia sia compreso.

E, infatti, cosa fa? Non recrimina, non accusa, non si scandalizza per la loro fragilità, ma con infinita pazienza prova a risanare il divario dell’incomprensione stabilendo una nuova unità di misura. Anche in questo frangente non è preoccupato per sé ma per loro. Vorrebbe, infatti, preservarli dalla superbia che finisce per far implodere le relazioni. Finché non ci si dà altri obiettivi e non ci si prefigge altre mete, la morte del rapporto è dietro l’angolo.

A mettere in discussione l’atteggiamento di chi prevarica non è l’uso dello stesso linguaggio ma l’amore rinnovato in modo gratuito.

Cosa sta dicendo attraverso il bambino posto nel mezzo? Solo se resti come lui nessuno avrà paura di avvicinarsi a te e di manifestarti il suo amore e la sua accoglienza. Il fatto che Gesù metta al centro il bambino è lì a ricordare che la grandezza di una persona si misura nella capacità di prendersi cura della fragilità dell’altro: primi sì, ma nella custodia, primi sì, ma nell’attenzione, primi sì, ma nell’accoglienza. Potresti far la voce grossa con un bambino? Potresti competere con lui?