Dietro – XXIV del T.O.

Avevano assistito a non pochi eventi dal carattere straordinario: Gesù aveva toccato il lebbroso e lo aveva guarito, aveva aiutato più di qualcuno a rialzarsi, era capace di tirare fuori il meglio di ognuno, parlava con autorevolezza, allontanava paure e divisioni, era capace di farsi carico della fame di una intera folla con pochi pani messi a disposizione, aveva guarito un sordomuto, liberava dall’osservanza di una legge che era diventata solo un’oppressione. C’era, insomma, di che restare ammirati a stargli accanto. Forse andava maturando nel cuore degli apostoli la convinzione che seguire il Signore volesse dire diventare spettatori di qualcosa che quasi alteri il ritmo abituale dell’esistere. Quell’uomo aveva davvero tutte le credenziali per essere ciò che sempre si attendeva il popolo d’Israele. Ed ecco, invece, il discorso fatto apertamente dal Maestro perché imparino che aver fede significa anzitutto condividere la vita stessa di Dio dal momento che Egli ha scelto di condividere la nostra. E Dio non bypassa mai l’umano, tentazione sempre ricorrente per chi ritiene che l’umano non basti.

Da non sottovalutare il luogo in cui avviene il dialogo tra Gesù e i suoi, la strada, quasi a voler rimarcare che quello è il luogo del discepolo. Lì il Signore si fa compagno di cammino attraverso “la rete del suo sguardo e l’amo della sua parola”. Quella che di per sé sarebbe solo il tramite di uno spostamento, diventa invece, il luogo in cui svelare le intenzioni del cuore. Infatti, proprio quando meno se lo aspettano, mentre forse erano presi da altri pensieri, Gesù chiede ai discepoli di aprire il proprio cuore. Da abile pedagogo non rivolge la domanda diretta ma prepara il terreno cominciando da lontano, quasi dal generico. Non gli importava quello che la gente pensava sul suo conto ma ciò che quel pensiero aveva fatto maturare nel loro cuore. E, infatti, non tarda ad incalzarli: “Io chi sono per voi?”. Pietro, come raccogliendo tutte le sue energie, esplode in quella confessione che quasi meriterebbe il plauso: “Tu sei il Cristo”. Bravo Pietro! Aveva fatto proprio una bella figura non solo nell’azzeccare la risposta.

Riconoscere che Gesù è il Cristo non è il traguardo della fede: sapere chi è Gesù non è tutto. La differenza, infatti, la fa sapere chi è per me. Se quello che Pietro aveva pronunciato era esatto, cosa pensava davvero di quel Gesù che aveva riconosciuto come Cristo? Pensava un Cristo senza croce, un Cristo glorioso senza dover attraversare la porta stretta della passione. Non accade anche a tanti nostri attestati di amore di dire a qualcuno chi egli è per noi, a patto, però, di non dover mai inverare quel riconoscimento attraverso un prezzo non messo in conto? Pietro pensa la vita letta secondo la categoria dell’evitamento: per questo la caduta è dietro l’angolo della facilità con cui ha pronunciato la sua professione e sarà una caduta fragorosa. A render vero l’amore non è ciò che pronuncio nell’abbraccio dell’intimità ma ciò che sono ancora disposto a vivere quando mi è chiesto di non trattenere più nulla per me, forse neppure le mie legittime aspettative su quella relazione.

Pietro non riesce a tenere insieme un cammino di potere fatto di folle che cercano il Signore con quello di sofferenza e di morte che, invece, il Signore dice di intraprendere di lì a poco. Concentrato com’è su di sé e sulle sue aspettative, Pietro si sente in dovere di sgridare Gesù: quella prospettiva è davvero troppo! Egli è fermo a un immaginario ideale, non ha ancora compreso cosa significhi riconoscere che Gesù è il Cristo.

Pietro pensa secondo gli uomini, non secondo Dio, per questo è rimandato indietro. Tutte le volte che si decide di mettersi avanti, infatti, si sceglie il potere non la debolezza, il possesso non la condivisione, l’orgoglio non l’umiltà.

Rinnega te stesso: non metterti al centro, sarà Dio a farlo se ti affidi a lui fiducioso.

Prendi la tua croce: l’unica sofferenza che Dio accetta è quella scelta per amore. Dio non ama il limite e la sofferenza ma chiede di amare nel limite e nella sofferenza.

Seguimi: se continui a guardare il tuo ombelico riuscirai, forse, a preservare la tua identità fisica, ma avrai smarrito il senso del tuo essere al mondo.